Carlo Coccioli
(collana Questo e altri mondi)
Sironi, 2009
€ 17,00
pp.349
Descizione: Il re Davide, anziano e costretto a tetto, presagisce la fine dei suoi giorni: accanto a lui, per riscaldare l’ormai debole corpo, giace una schiava; fuori dalla stanza si svolgono gli intrighi di corte per la successione al trono. Il re si rivolge a Dio e ripercorre, con Lui e davanti a Lui, tutta la sua lunga e avventurosa vita. Con Lui e davanti a Lui: perché Davide è stato il primo uomo a non temere di stare al cospetto di Dio, a dargli del “tu”. Ed è stato il primo uomo che osò amare Dio: di un amore appassionato, sensuale, inebriante; così come di un amore appassionato, sensuale, inebriante aveva amato il suo popolo, le sue donne, l’amico fraterno Gionata, il figlio ribelle Assalonne. Un amore che non gli aveva impedito – per eccesso di passione, di sensualità e di ebbrezza – di peccare e di essere punito. Senza smettere di amare. Questo è, e non altro, il romanzo “Davide” di Carlo Coccioli: una storia d’amore e di peccato, di obbedienza e di desiderio, di vicinanza e lontananza dal Divino.
Recensione di Roberto Carnero, tratta da L’Unità del 12/03/2009
Torna in libreria un «grande minore» della narrativa del secondo Novecento, un autore irregolare, eterodosso, una sorta di «marziano» delle patrie lettere. Parliamo di Carlo Coccioli, di cui Sironi ha appena ripubblicato Davide (pp. 352, euro 17,00), uscito per la prima volta nel 1976, quando entrò nella cinquina del Campiello. Il merito di questa riproposta va a Giulio Mozzi, il quale, affascinato dalla scrittura e dalla tensione intellettuale di questo autore, ha deciso che valeva la pena scommettere su un narratore difficile, ma di grande interesse. Non è un caso che i «coccioliani» si siano raccolti in questi ultimi anni (a partire da una sponsorizzazione d’eccellenza come quella di Pier Vittorio Tondelli negli Ottanta) in gruppi e fan club legati da un vero e proprio «culto» attorno a questa figura così sfuggente.
Il suo romanzo Il cielo e la terra (1950) vendette alla sua uscita in Francia un milione e 200mila copie. Quando gli editori lessero il manoscritto dell’opera successiva, Fabrizio Lupo, lo avvisarono che con quel testo avrebbe perso gran parte della sua popolarità. Perché si era negli anni 50 e il libro affrontava in maniera esplicita un tema allora indigesto: l’omosessualità. Coccioli, però, decise di pubblicarlo, e l’opera fu un vero caso, la cui portata andò ben al di là dell’ambito letterario. Fabrizio Lupo raccontava le ansie e le difficoltà di un ragazzo cattolico alle prese con la scoperta della propria diversità. Fu come infrangere un tabù secolare: lo scrittore ricevette migliaia di lettere, sia di plauso che di rimbrotto, e fu duramente attaccato dalla Chiesa. L’ansia religiosa è un tratto distintivo della figura di Coccioli, una religiosità all’insegna di un nomadismo spirituale che l’ha portato dal cristianesimo all’ebraismo, dall’induismo al buddismo e allo scintoismo. E proprio alla fase di avvicinamento all’ebraismo si collega, nel ’76, l’uscita di questo Davide. Forse non il suo libro più importante ma di certo un lavoro di assoluta originalità nel panorama della narrativa di allora. La struttura del testo sembra essere modellata su un grande antecedente, le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Si tratta infatti di una grande «biografia apocrifa» del re biblico Davide, che, anziano e malato, rievoca la propria vita. Tutto in un serrato dialogo con Dio, a colloquio con il quale rilegge la sua vicenda esistenziale alla ricerca di un senso. Quello con la divinità è un rapporto intenso e quasi ossessivo, in cui anche il peccato e l’infedeltà sono superati da un amore, appassionato e passionale, che tutto comprende.
Autobiografia apocrifa. Dicevamo «autobiografia apocrifa». Eppure la fedeltà al dettato biblico è pressoché assoluta, pur con la necessaria dose di invenzione letteraria. L’andamento dell’opera è di tipo riflessivo e digressivo, e a tratti il lettore sente la mancanza di uno schema narrativo più lineare. Molti capolavori della narrativa del 900 hanno sistematicamente rinunciato alla «trama» e qui c’è anche una necessità interna: il testo cerca di rendere così il modo spontaneo e disordinato con cui i ricordi rampollano nella memoria del protagonista.
Ora, letto questo Davide, si fa ancora più acuto il desiderio di avere a disposizione gli altri titoli della ricca bibliografia coccioliana. Chissà se Sironi ha in cantiere la riproposta di altre sue opere. Ma forse sarebbe il momento che anche le case editrici maggiori si accorgessero di lui. Il quale in vita non ha avuto molta fortuna. Scomparso nell’estate del 2003, dopo una vita trascorsa in volontario esilio, sarebbe bello che potesse tornare a casa. Almeno con i suoi libri.
Il mio nome è Lucy. L’Italia del XX secolo nei ricordi di una transessuale
Gabriella Romano
(collana Interventi)
Donzelli, 2009
€ 16,00
pp.95
Descrizione: Il secolo breve con occhi diversi: quelli di Luciano, classe 1924, dapprima bambino inquieto della provincia piemontese, poi adolescente “diverso” nella Bologna fascista, e subito dopo disertore con l’8 settembre, deportato a Dachau e liberato dagli alleati, e nel dopoguerra trasmigrato a Torino sulle ali del boom economico, dove cambia sesso in pieni anni ottanta per poi tornare, da donna matura, nella casa e nel quartiere che lo hanno conosciuto ragazzino. Una storia lunga ottant’anni che si intreccia a quella del nostro paese e delle sue svolte sociali, culturali e politiche, e getta luce sui suoi lati più in ombra, sugli espedienti, i luoghi, i linguaggi, le trasformazioni di una diversità sessuale, sempre in bilico tra il segreto e l’esibizione, tra l’insicurezza e la piena rivendicazione di un’alterità consapevole. La Lucy di oggi, ormai ottantenne, racconta il Luciano di un tempo e l’età di mezzo con la serenità di chi, con grande tenacia, ha saputo ricavarsi un angolo di mondo in cui coltivare gioie e dolori di una vita vissuta controcorrente. L’ipocrisia della piccola provincia, il regime, la guerra, la deportazione, il dopoguerra, le fatiche per campare, i cabaret en travesti, la vita notturna, la prostituzione, le feste, gli amori, gli arresti, e poi l’incontro coi nascenti movimenti di liberazione sessuale. Si dipana in queste pagine l’esperienza di una differenza vissuta “senza rete”.
Recensione di Alessandro Portelli, Il Manifesto 13/07/2009«Mi hanno chiamata Luciano». È giusto che il titolo di questo piccolo libro scritto da Gabriella Romano, la storia in prima persona di una transessuale basata su una lunga serie di interviste, si intitoli Il mio nome è Lucy. L’Italia del XX secolo nei ricordi di una transessuale. Attorno al nome ruota infatti una complessa storia di identità e di consapevolezza di sé. Riguardiamo l’incipit: un participio al femminile introduce un nome maschile. È come se l’intera vicenda si collocasse in quella frattura di genere grammaticale. E riguardiamo il titolo: da un nome maschile si estrae un diminutivo femminile. È quasi un peccato che la parola «transessuale» nel titolo ci anticipi l’argomento e disinneschi l’effetto straniante dell’attacco. Sul nome, infatti, Lucy ci lavora per tutta la vita. Lo cambia in Carmen quando lavora nelle strade notturne di Bologna in epoca fascista, poi di nuovo quando nel dopoguerra fa parte della coppia d’avanspettacolo Tamara e Tain, infine diventa Lucy quando trova una nuova vita e un nuovo lavoro a Torino. Ma conserva Luciano, che rimane il suo nome all’anagrafe. «Tanta gente mi chiede: “Come mai Luciano?” Dico, “Perché mi piace Luciano”. “Ma è un nome da uomo”. “Non m’interessa, mi piace Luciano”». E spiega: «mi piace il mio nome, me l’hanno dato i miei genitori… io sono chi sono a prescindere dal nome che mi è stato dato alla nascita». La contraddizione tra genere e nome è un problema degli altri, di quelli che credono in identità di genere stabili, univoche e rassicuranti; non è un problema suo.
Questo è importante: «non è un problema», «io sono chi sono». Il lavoro sui nomi infatti non è un lavoro di cancellazione di identità rifiutate ma di esplorazione, di estensione di identità mutevoli ma in continuità fra loro. Lucy, a più di ottant’anni, racconta la sua vita senza vittimismi proprio perché questa vita è la sua. Racconta dei pedofili che l’hanno usata (anzi: usato. Il gioco dei pronomi è lineare: usa il maschile fino a che si considera omosessuale, passa al femminile da quando si riconosce transessuale) da bambino, poi delle strade in cui si prostituisce a Bologna, con una tranquillità straniante. Ricorda la socialità con i suoi compagni di vita («frequentando queste persone sentivo che mi ci trovavo bene»), descrive i cinema, le trattorie, le strade di una Bologna invisibile e piena di vita quasi come una festa mobile – e poi ricorda le aggressioni, la repressione, i fascisti che umiliavano e massacravano omosessuali e transessuali, con fermezza e precisione ma senza abbandonarsi a lamenti. E quando poi dopo fughe e avventure finisce a Dachau (paradossalmente, non come omosessuale ma come disertore perché – come omosessuale – non sopportava la vita militare), anche il campo di sterminio è descritto senza retorica, così che risulta ancora più assurdo e violento nella sua concretezza.
Descrivendo il suo romanzo più importante e provocatorio, Native Son (Paura), il grande scrittore afroamericano Richard Wright diceva: volevo fare un libro su cui le figlie dei banchieri non si potessero commuovere. Ecco, il libro di Lucy e Gabriella Romano non tollera la facile compassione che mette una distanza fra chi racconta e chi legge, ma sfida il lettore a ridefinirsi in rapporto con una storia che problematizza i confini, e quindi l’identità di tutti. E ogni volta strania le aspettative.
Due esempi per finire. Il padre di Luciano è, più che antifascista, un a-fascista che comunque finisce al confino. Ma in famiglia lui e i suoi altri figli maschi possono essere altrettanto violenti e discriminatori (se ne deve andare, dicono i fratelli, perché se no la gente pensa che siamo «come lui»): certi atteggiamenti non li possiamo esorcizzare chiamandoli solo «fascisti». Uno si aspetterebbe, allora, che Lucy respingesse questa famiglia, e certo è costretta a cercarsi una vita altrove. Però quando si trova a Dachau il suo primo pensiero è che non rivedrà più la sua famiglia; e una ragione per cui tiene a chiamarsi ufficialmente Luciano è che quel nome gliel’hanno dato i suoi genitori. Ed è lei, non i suoi fratelli, ad assistere la madre negli ultimi anni di vita. Anche qui, insomma, siamo sul confine, fra ideologia e atteggiamenti di genere, fra affetto e rifiuto.
Infine, in età relativamente avanzata, Lucy decide di operarsi e cambiare di sesso. E anche qui, una sorpresa straniante: uno si aspetterebbe una specie di lieto fine, una ricomposizione finalmente raggiunta dell’identità. E invece no: dopo l’operazione, Lucy scopre che è stato ucciso il desiderio. «È stato un grosso, irreparabile sbaglio. Perché nella vita, oltre al sesso e all’amore, che cosa c’è? Non esiste altro».
«Voglio essere sepolta vestita da uomo»: un giro di vita in più in questi continui passaggi di confine. E la ragione è infine nella coscienza di un’identità che comunque non si è mai spezzata, nella ricerca di una ricomposizione affettiva con l’altra figura femminile della sua vita: «Siccome mia madre mi ha fatto così, voglio tornare alla terra come lei mi ha fatta (e guardate il gioco dei generi grammaticali!), è una forma di rispetto nei suoi confronti, lei mi ha accettato, o almeno ha fatto un grande sforzo per accettarmi e io, alla fine della vita, ritornerò da lei come mi avrebbe voluto».
Diritti diversi. La legge negata ai gay
Annamaria Bernardini De Pace
(collana I grandi pasSaggi Bompiani)
Bompiani, 2009
€ 17,50
pp.223
Descrizione: Cosa vuoi dire oggi “essere gay”? È proprio vero che la legge è uguale per tutti? L’omosessualità gode ormai del rispetto e degli stessi diritti riconosciuti all’eterosessualità o è ancora vista con sospetto e pregiudizio? Secondo uno degli avvocati più famosi d’Italia i casi di discriminazione sono ancora tanti, troppi, l’autrice riflette su alcuni principi della Costituzione italiana, e in particolare quelli espressi negli articoli 2 e 3, che risultano non applicati nel caso degli omosessuali. Inutile dire che particolare peso hanno, in tutto questo, la religione e le posizioni della Chiesa cattolica. Le nozze, le adozioni, le successioni, la convivenza: tutte battaglie ancora da combattere, in nome della legge. E inoltre, in appendice: una rassegna delle legislazioni sul tema omosessualità nel mondo (dalla pena di morte in Iran ai pari diritti in Olanda).
Intervista ad Annamaria De Pace a cura di Luisa Pronzato, da Il Corriere della Sera
Gay pride occasione per smettere i panni della diversità. E poco importano i patrocini. Quando la battaglia da combattere è in nome della legge. «Magari per una volta mostrandosi normali, intendo vestiti con gli abiti che si usano d’abitudine nella vita privata”, dice Annamaria Bernardini De Pace che il 5 maggio (alle 18 alla Feltrinelli Libri&Musica Galleria Colonna 34/35) presenta a Roma Diritti diversi la legge negata ai gay (Bompiani). Un saggio in cui mette al servizio delle coppie non sposate (di ogni genere) conoscenza dei codici e rispetto del Diritto per trovare, proprio nelle leggi, gli strumenti che tutelano chi sceglie l’unione libera. «Le coppie eterosessuali possono scegliere di non sposarsi, ai conviventi gay questa libertà è negata», dice la matrimonialista nota per grinta e separazioni famose, sostenendo la parità giuridica degli omosessuali. E la battaglia non sono pacs, dico, direco e surrogati. Ma il diritto all’uguaglianza. Il matrimonio. Costituzione alla mano, cita gli articoli 2 e 3. E persino l’articolo 29 che riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. «Questo articolo non parla né di uomo né di donna», dice. «Non possiamo più intendere come famiglia solo il presepe formato da padre-maschio, madre-femmina e figli. Ci sono le famiglie mono-genitoriali, le famiglie affettive e ci sono ci sono le famiglie omosessuali. Il ricorso ad alternative, tipo le unioni civili, sarebbe come entrare dalla porta di servizio. Gli omosessuali devono essere nella stessa posizione degli eterosessuali. Non devono ricorrere a un’opzione alternativa».
COSTITUZIONE - Diritto inviolabile contenuto, secondo l’avvocato, in quella capacità della Costituzione, nata dopo il codice civile, di includere diritti nuovi e mutevoli, frutto di cambiamento e trasformazione della società e del comune sentire dei cittadini. Pragmatico e spudorato, il libro apre un interrogativo più complesso: come ritrovare la laicità dello stato? «Sul matrimonio gay c’è la pesante zavorra dalla Chiesa Cattolica», dice Annamaria Bernardini De Pace. «Chi sostiene che l’unica famiglia meritevole di riconoscimento e tutela da parte dello Stato è quella basata sul matrimonio di un uomo e una donna, in quanto aperta alla procreazione non si rende conto che si sta riferendo solo al diritto canonico. Evidentemente anche molti politici non leggono la Costituzione senza ipoteche confessionali». Leggere la costituzione con mentalità laica è la battaglia che Annamaria Bernardini De Pace suggerisce per l’edizione 2009 del Gay Pride. «Servirebbe un’interpretazione autorevole della Corte di Cassazione o della Corte Costituzionale, che stabiliscano che le leggi che già ci sono siano applicate anche agli omosessuali, compresa la possibilità di sposarsi. Non solo, le coppie gay e lesbiche italiane hanno buonissime motivazioni per far valere i loro diritti nelle corti europee. L’Italia ha ricevuto ingiunzioni dall’Europa per adeguarsi alla legislazione europea, perché ancora non abbiamo una legge contro l’omofobia e neanche una legge contro le discriminazioni, non consentendo ai gay gli stessi diritti. Siamo fuori legge» .
DISCRIMINAZIONI - Con lei presentare il libro, anche Imma Battaglia e Vladimir Luxuria, in prima linea nelle battaglie di tutela dei diritti di gay e transgender. «Certo i gay, come le altre coppie di fatto» prosegue l’avvocato «possono ricorrere a quelle garanzie che il nostro ordinamento riconosce per regolare i rapporti tra due persone, mi riferisco per esempio agli accordi di convivenza che faccio sin dal 1987», dice rispondendo anche a chi sorride della passione con cui affronta il tema, proprio nel momento in la sua luce è offuscata dalla sospensione dell’ordine degli avvocati per parcelle troppo salate. «Ma sono contratti di natura privatistica. Perché mai gli omosessuali non devono avere la possibilità di sposarsi, di avere la pensione, per non parlare di tutte le garanzie successorie? È la dimostrazione che l’interpretazione della legge, in Italia, non è uguale per tutti. Diciamo che non sono più discriminati perché non sono perseguiti, ma anche questo non è vero. Lo dimostrano gli episodi di bullismo a cui continuiamo ad assistere. I più gravi, che finiscono sulle cronache. E i sottili, ma non meno perversi, che si consumano negli uffici, nei posti di lavoro. Non esiste una legge antidiscriminazione non esiste una legge che punisca l’omofobia. L’Italia si considera la culla del diritto. Ma non lo esercita per tutti. È una contraddizione».
GAY PRIDE – Ma anche chiedere un Gay Pride “educato” è una contraddizione. «Se si intende ridicolizzare chi è imprigionato nei propri pregiudizi non si può che attaccarlo con la paradossale proposta del ridicolo. Il gay pride è un metodo, un buon sistema per affermare con fierezza la propria identità, portata all’ennesima potenza con l’enfasi e la provocazione sanamente fastidiosa per gli altri. Però, dai moti di Stonewall, nel 70 alla prima festa italiana, a Torino nel 78, il movimento italiano Glbt ha perso di vista l’ideale per cui i movimenti gay si sono formati. E allora io propongo che quest’anno i Gay Pride si svolgano non all’insegna dell’eccesso e della provocazione. Ma per una volta, come metodo di convincimento della follia di chi discrimina i gay, tutti gli omosessuali dovrebbero avere il coraggio di usare le vesti degli eterosessuali. Ve li vedete migliaia di gay, lesbiche, transgender, silenziosi e vestiti di tutto punto che sfilano a Roma, Milano, Genova… Dimostrerebbero ai bigotti e ai critici che la discriminazione viene fatta contro fratelli e sorelle, che non meritano in alcun modo di essere trattati da paria, rompiscatole, eccessivi, eccentrici e folcloristici. Lo facciano tutti, senza discriminazioni tra loro, senza distinzioni in partiti e partitelli. Tutti insieme. Con le donne accanto. Apriamo una causas. Io mi ci metto in testa. Chiederemo di applicare la Costituzione. Con i metodi della legge».
Buoni genitori. Storie di mamme e di papà gay
Chiara Lalli
(collana Infrarossi)
Il Saggiatore, 2009
€ 14,00
pp.262
“I figli devono avere una madre e un padre.” “È contro natura.” “Una lesbica non ha istinto materno.” “I figli degli omosessuali diventano omosessuali.” Tante le obiezioni all’omogenitorialità. Tanti i pregiudizi e le paure che scivolano sulla bocca della gente. Ma i gemelli Silvia e Andrea hanno due mamme e due papa. Violetta e Arthur tre genitori. Sono figli di una sola metà del cielo, crescono nell’ultima frontiera della famiglia, la più controversa. Nella società che cambia, qual è la condizione necessaria per l’esistenza di una famiglia? Rispetto e responsabilità, attenzione e amore non sono sufficienti? Il riconoscimento delle famiglie omosessuali non toglie valori alla società, semmai ne aggiunge. È un allargamento di diritti per alcuni cittadini, non una riduzione per la collettività. Obiezioni e resistenze si sgretolano sotto la mole di ricerche scientifiche che dimostrano come i bambini cresciuti in famiglie omosessuali siano mentalmente sani e socialmente integrati quanto quelli cresciuti in famiglie eterosessuali. Questa è la realtà che emerge dalle pagine di “Buoni genitori”. Chiara Lalli disinnesca automatismi e generalizzazioni scontate lasciando la parola ai protagonisti. Gioie, problemi, difficoltà nell’immaginare un futuro: come in tutte le famiglie, ma con la frustrazione per i diritti negati.
Recensione di AnelliDiFumo
Buoni genitori, di Chiara Lalli, è il classico saggio che mancava. In questo libro, da cui traspare una grinta e una rabbia lucida di cui c’è bisogno come il pane negli ambienti culturali italiani, la professoressa di Bioetica Lalli racconta come anche in Italia esistano le famiglie omogenitoriali (formate da persone dello stesso sesso) o perfino situazioni di co-parenting, ossia quando tre o più adulti decidono di avere un ruolo nella crescita e nell’educazione di uno o più figli. L’autrice mescola lo stile americano, con un folto gruppo di interviste case-study nei confronti di coppie gay o lesbiche italiane che hanno avuto figli (biologici o adottivi, valicando il confine patrio), a una parte più analitico-teorica, nella quale la scienziata cita fonti e spiega statistiche riguardo alla misurazione del benessere psico-sociale dei bambini che hanno due mamme o due papà.
Il benessere del bambino, infatti, è sempre tenuto in prima linea, ed è misurato non solo attraverso la citazione di tassi e percentuali, ma anche semplicemente facendo parlare i diretti interessati di quella che è la loro quotidianità a scuola o fuori da scuola. Quel che emerge da questo saggio, scritto per altro in un italiano impeccabile e chiaro, è l’enorme desiderio di centinaia di omosessuali di essere genitori, e di essere dei buoni genitori. Colpisce la determinazione di questi uomini e queste donne, ma anche la loro consapevolezza: non esiste la famiglia perfetta e la loro non si propone di essere una famiglia perfetta. La loro si propone di essere semplicemente una buona famiglia, a prescindere da quel che il reazionario legislatore italico potrà dire o fare contro il loro diritto alla felicità.
Citizen gay. Famiglie, diritti negati e salute mentale
Vittorio Lingiardi
(collana Pamphlet)
Il Saggiatore, 2007
€ 12,00
pp.157
Tra la fine del 2006 e l’inizio del 2007, la questione relativa al riconoscimento giuridico delle unioni tra persone dello stesso sesso ha monopolizzato l’attenzione della stampa italiana e di buona parte del dibattito politico interno. Per eccesso di ideologia ed emotività, il confronto è rimasto tuttavia confinato tra gli attacchi rivolti alla prospettiva di una “famiglia omosessuale” e l’ammissione imbarazzata di dover fare una “concessione alla diversità” in un mondo che cambia. In sostanza, è mancata una lucida riflessione sul rapporto tra omosessualità e cittadinanza e non ci si è chiesti se la distinzione tra “etero” e “omo” possa davvero reggere sul piano giuridico. Storicamente il concetto di “omosessualità” è transitato dalla giurisdizione morale (lecito/illecito) a quella scientifica (sano/malato) a quella politica (soggetto di diritto).
Recensione di cadavrexquis
Il “matrimonio omosessuale” va approvato anche perché è una misura che giova al benessere psichico – e, quindi, al benessere tout court - delle persone omosessuali: è una questione elementare di giustizia, nel senso più profondo del termine, ed è necessariamente anche una forma di compensazione dovuta ai gay per tutte le sofferenze causate loro da quell’odio solitamente indicato col nome complessivo di omofobia. Nel dibattito sulle famiglie gay s’inserisce la voce di uno psichiatra, Vittorio Lingiardi, che fa il punto della situazione in un agile saggio intitolato Citizen gay. Famiglie, diritti negati e salute mentale. E Lingiardi non è uno di quegli psichiatri che, secondo una sua sedicente collega dell’Opus Dei, ritiene che l’omosessualità sia una “malattia”.
L’unico problema, del libro di Lingiardi – come di altri testi simili, così lucidi e quasi banali nella loro ragionevolezza – è che probabilmente mancherà il bersaglio naturale a cui sarebbe destinato, ovvero coloro che dovrebbero convincersi dell’opportunità delle misure legislative da cui prende le mosse. Chi, come me, lo legge ne è già convinto: sta predicando ai “convertiti”, insomma, anche se in ogni caso non è mai male leggere un libro così perché fornisce argomenti nuovi o illumina nuovi aspetti di ciò che già si conosce.
Il saggio di Lingiardi è diviso in quattro capitoli principali. Il primo, dal titolo “Etero/Omo” è forse quello meno interessante per me, perché – ancora una volta – ricapitola la storia dell’emancipazione gay e della definizione dell’identità (omo)sessuale in relazione invece all’eterosessualità. Per chi abbia già letto numerosi testi che si occupano nel dettaglio della faccenda (e prima o poi farò una piccola bibliografia dei miei scaffali) non c’è veramente niente di nuovo in queste pagine. L’interesse principale risiede nel fatto che è una specie di “bigino” per chi ancora non ne sa nulla e nel legare questo breve compendio storico alla discussione sulle unioni legali tra persone dello stesso stesso, con cui si conclude il capitolo (che, per inciso, riporta anche argomenti “conservatori” a favore del matrimonio gay, riportando per esempio anche la traduzione di un articolo pubblicato tempo fa sull’Economist).
Molto più interessanti sono i capitoli centrali – il secondo e il terzo -, in cui l’autore cerca di districare il nodo di ciò che, a volte semplificando, indichiamo come “omofobia”. Il punto di partenza è che “l’omofobia è nel DNA delle nostre tradizioni sociali, religiose e politiche. Non lo rivelano solo gli anatemi continui, ma anche le cautele e gli imbarazzi”. Vittorio Lingiardi, però, non si accontenta di usare solo questo concetto che, pur essendo molto utile, rischia anche di essere impreciso. Infatti “tra l’estremo psicologico-individuale e quello ideologico-collettivo, esistono molti modi di esprimere il disagio e l’avversione nei confronti delle persone omosessuali e dell’omosessualità stessa”. Allora, rifacendosi anche ad altri studiosi, Lingiardi introduce i concetti di omonegatività o di eterocentrismo. In un certo senso, l’omofobia mette più in rilievo l’avversione individuale – psicologica ed emotiva – nei confronti dell’omosessualità (un’avversione non di rado introiettata dai gay stessi, e anche di questo scrive l’autore), mentre l’eterosessismo (o l’eterocentrismo) sottolinea più i livelli sociali e istituzionali del problema. Come se non bastasse, Lingiardi affronta anche l’aspetto del pregiudizio antiomosessuale all’interno delle discipline della mente – la psichiatria e i vari rami della psicologia -, rievocando gli studi compiuti già alla fine degli anni 50 da Evelyn Hooker, grazie ai quali si arrivò a stabilire che gli omosessuali non sono malati. (Con buona pace della Binetti, quindi, non sono state le presunte “lobby gay” a convincere gli psichiatri a togliere l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali). All’interno di questo capitolo, Lingiardi si occupa anche delle cosiddette “terapie riparative”: il suo libro non potrebbe essere più attuale.
Ma è soprattutto il capitolo successivo – che si ricollega, in effetti, a quello sulle omofobie – a introdurre un concetto che formalizza alcune mie intuizioni finora rimaste senza un vero e proprio nome. Vittorio Lingiardi parla infatti di minority stress, un fenomeno che riguarda (chi più, chi meno) tutti noi gay esposti al pregiudizio: “lo sviluppo psicologico delle persone omosessuali [è] segnato da una dimensione di stress continuativo, macro e micro traumatico, conseguenza di ambienti ostili o indifferenti, episodi di stigmatizzazione, casi di violenza”. E, per di più, “non va dimenticato che, rispetto al razzismo, l’omofobia gode di una maggior accettazione sociale” (e, aggiungo io, basta leggere i giornali in queste ultime due settimane). Questo minority stress può essere causa di disagio psicologico: sintomi depressivi, senso di colpa, problemi sessuali, approcci distorti e iperemotivi all’epidemia di Aids, pensieri/tentativi di suicidio. Questi non sono sintomi di un disagio legato all’omosessualità, ma piuttosto di un disagio legato all’omofobia, aggravato dal fatto che “le strutture dell’autorevolezza sociale, quantomeno in Italia, continuano a essere segnate dall’eterocentrismo (eterosessualità come dimensione fondativa del sociale), dall’eteronormatività (eterosessualità come principio regolatore) e dall’eterosessismo (negazione e squalificia dei comportamenti e delle relazioni non eterosessuali).
Il fenomeno del minority stress non è mai disgiunto dal modo in cui viene pubblicamente percepita l’omosessualità – ed è su questo punto che si salda l’attività di psichiatra e psicoanalista dell’autore con la sua riflessione politica:
“Il legame tra l’opposizione religiosa e politica all’approvazione di una legge che tuteli le convivenze omosessuali e la crescita di un clima antiomosessuale è evidente. E’ come se la delegittimazione dei diritti affettivi e dunque della dignità delle persone gay e lesbiche, promossa dall’ ‘alto’, finisse per lavorare nel ‘basso’ dell’inconscio legittimando i sentimenti omofobi.“
e, ancora:
“Senza riconoscimento sociale, senza cittadinanza morale, è più difficile che una rappresentazione si consolidi nella mente come legittima e convalidata. Viceversa, nel suo costituirsi come ‘possibile’ e ‘legittima’, questa stabilizzazione toglierebbe alla realtà discriminata il suo contenuto ‘minaccioso’ e implicitamente disincentiverebbe le azioni violente e persecutorie (…). Inoltre ridurrebbe l’effetto dell’assimilazione della negatività sociale, cioè l’omofobia interiorizzata, causa della difficoltà ad accettarsi, dell’autodisprezzo, e di comportamenti inconsciamente autodistruttivi in una persona omosessuale“.
Già per questo motivo – al di là di qualsiasi altra considerazione utilitaristica (per la società e non per i singoli individui omosessuali) – sarebbe sommamente auspicabile una legge sulle unioni tra persone dello stesso sesso: come ho sempre sostenuto anch’io in passato, chi vi si oppone, pur fornendo spesso una serie di motivazioni (apparentemente) ragionevoli (o capziosamente “liberali”), è in realtà mosso da un’omofobia profonda, tanto più profonda quanto meno è esplicitata e quanto più fortemente è negata.
Il capitolo conclusivo, infine, si occupa di un argomento più “spinoso”: le famiglie. Benché l’adozione per le coppie gay non sia all’ordine del giorno nell’agenda politica, Vittorio Lingiardi sceglie di parlarne e non lo fa astrattamente, ma si appoggia, con grande senso pragmatico, ai vari studi compiuti sui bambini cresciuti da coppie omosessuali. Perché se è vero che l’adozione non è possibile, è altrettanto vero che l’ “omogenitorialità” esiste già, quando uno dei genitori ha avuto figli durante una precedente relazione eterosessuale. Insomma, tutti gli studi citati da Lingiardi dimostrano che questi bambini sono assolutamente normali e che la capacità di accudimento non è in relazione inversa rispetto all’orientamento sessuale di chi li cresce, ma dipende piuttosto da tutta una serie di caratteristiche che possono essere presenti (o assenti) sia in coppie eterosessuali che omosessuali.
Citando insomma la dichiarazione dell’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry: “La base su cui devono reggersi tutte le decisioni in tema di custodia dei figli e diritti dei genitori è il migliore interesse del bambino. Storicamente, le persone lesbiche, gay, e bisessuali hanno affrontato esami più severi degli eterosessuali per quanto riguarda il loro diritto a essere o diventare genitori. Non ci sono prove a sostegno della tesi per cui genitori con orientamento omo o bisessuale siano di per sé diversi o carenti nella capacità di essere genitori, di saper cogliere i problemi dell’infanzia e di sviluppare attaccamenti genitore-figlio, a confronto di genitori con orientamento eterosessuale. Da tempo è stato stabilito che l’orientamento omosessuale non è in alcun modo correlato a una patologia, e non ci sono basi su cui presumere che l’orientamento sessuale di un genitore possa aumentare le probabilità o indurre un orientamento omosessuale nel figlio.”
In appendice, il volume di Lingiardi è corredato da un utile glossario con i termini più frequentemente usati nel testo (da “attaccamento” a “unione civile”), e da una serie di documenti che comprendono la prima risoluzione (del 18 gennaio 2006) del Parlamento Europeo sull’omofobia in Europa, il sostegno al riconoscimento legale del matrimonio civile delle coppie omosessuali formulato nel maggio 2005 dall’American Psychiatric Association e una dichiarazione della stessa associazione che si oppone alle “terapie mirate al tentativo di modificare l’orientamento sessuale (terapie riparative o di conversione)”.
Alex Sanchez
(collana High School)
Playground, 2009
€ 12,00
pp.184
Paul è un diciassettenne come tanti, gentile, sportivo e anche molto religioso. Come ama ricordare lui stesso ha “affidato il proprio cuore a Gesù” e la sua aspirazione è di comportarsi come i suoi tanti eroi biblici, da Abramo a Mosé. Eppure dentro di sé scopre di avere sentimenti e desideri che la sua religione considera peccaminosi: è infatti attratto dai ragazzi. Da anni combatte con questo segreto che non riesce a confidare a nessuno, finché il primo giorno di scuola dell’ultimo anno di liceo non si presenta nell’aula un nuovo studente, Manuel. Anche lui è molto religioso e anche lui è gay, ma diversamente da Paul lo dichiara e non si odia per questo. Paul è immediatamente attratto da Manuel, e proprio per questo cerca di evitarlo e di allontanarlo da sé. Ma i suoi sentimenti e gli eventi lo costringeranno a ripensare se stesso e a cercare finalmente di accettarsi, riconoscendo che in fondo è solo una questione d’amore.
recensione di Matteo Colombo (gay.it)
Un adolescente gay dichiarato porta lo scompiglio in un religiosissimo liceo della provincia americana. Ribaltando i luoghi comuni sulla Bibbia che complicano la vita alle persone glbt.
“Credo che siamo noi ad aver creato Dio a nostra immagine e somiglianza invece del contrario. È come se avessimo creato questo piccolo contenitore e avessimo deciso di infilarci dentro l’infinità di Dio, per paura che lasciandola fuori possa metterci troppo in discussione, e poi costringerci a metterlo in croce e ucciderlo.”
Paul è un diciassettenne all’ultimo anno di liceo, e sta con la stessa ragazza fin dalle medie. È chiaramente gay, ma se la vive malissimo. Vive in una piccola città della provincia texana con il padre ex alcolista (la madre è morta qualche anno prima), immerso in una comunità dove anche molti giovani, tra cui lui, sono profondamente religiosi. Il suo rapporto con Dio è intenso e costante, ed è per questo che Paul entra in crisi quando nella sua vita repressa ma tranquilla si affaccia Manuel, appena arrivato in città. Anche lui studente, anche lui credente, anche lui di origini messicane. Ma dichiaratamente gay. Per Paul, ormai così assimilato da rifiutare perfino di farsi chiamare con il suo nome di battesimo, Pablo, comincia un percorso tormentoso e al tempo stesso emozionante, nel quale la nascita di un sentimento forte nei confronti di Manuel, maturato in un crescendo di contrasti con l’ambiente scolastico, ma anche di rincuoranti scoperte in merito all’apertura mentale dei propri amici, andrà di pari passo con la messa in discussione della fede, o meglio, dei reali significati del messaggio biblico in relazione a fede e omosessualità.
“Non capisci?” la voce di Manuel carica di passione, “Gesù non solo ci ordina di amare Dio, gli altri e noi stessi. Ci mostra anche come farlo: restando se stesso, non smettendo di essere sincero, sia quando viene acclamato dalla folla, sia quando è appeso alla croce, e dialoga con Dio perdonando chi lo ha crocifsso. Il suo messaggio è sempre identico: Sii te stesso, a qualsiasi costo. Come puoi adorare il creatore di tutte le creature del mondo se non cercando di essere la persona che Dio ha voluto tu fossi? Bisogna avere il coraggio di essere autentici!”
Playground continua nell’opera di pubblicazione dello scrittore Alex Sanchez, autore della fortunata trilogia Rainbow Boys, Rainbow High e Rainbow Road. Sono libri per teenager, quella che nei paesi anglosassoni viene definita young adult fiction: una narrativa fresca, semplice, veloce, che tuttavia riesce a risultare avvincente e a tratti anche profonda. Se da un lato quella di È una questione d’amore è la tipica vicenda liceale intrisa di romanticismo e popolata da personaggi sostanzialmente stereotipati (anche se il fatto di scegliere come attori principali di un romanzo a tematica gay dei giovani cristiani rappresenta un punto di originalità, nonché un’interessante finestra su un mondo poco conosciuto), dall’altro i molti passaggi in cui gli studenti analizzano le Scritture sono sinceramente appassionanti, in quanto affrontati con documentata precisione e piglio quasi giallistico. Alla ricerca della propria formazione umana, sentimentale e religiosa, i protagonisti del libro investigano tutti quei passaggi della Bibbia troppo spesso recepiti in maniera acritica e utilizzati come argomenti contro l’omosessualità, giungendo ad alcune scoperte sorprendenti tanto per loro quanto – c’è da scommetterci – per molti lettori. Il risultato è un piccolo gradevole libro, alimentato però da uno slancio civile notevole, il cui potenziale comunicativo e politico risulta amplificato proprio dal fatto di essere narrativa di consumo. Non sarebbe affatto male se venisse letto anche nei licei del nostro (superficialmente) cattolicissimo paese.
“Lo sai che il corteggiamento e la genitorialità omosessuale è scientificamente documentata in oltre cinquecentocinquanta specie animali?”
“Dici sul serio?” chiedo – anche se mi torna in mente di aver visto due cani maschi, e anche due cavalli, montarsi a vicenda.
“Controlla su Internet” ribatte Manuel. “Quello che è davvero innaturale è l’omofobia. l’Homo sapiens è la sola specie in natura che reagisce all’omosessualità con l’odio.”
Genitori come gli altri. Omosessualità e genitorialità
Anne Cadoret
(Universale Economica. Saggi)
Fektrinelli, 2008
€ 9,50
pp.201
Se oggi può capitare ai bambini di avere più figure di madri e padri, o ai genitori di non vivere assieme, o ai figli di differenti matrimoni di convivere, non vorrà forse dire che la famiglia tradizionale non è più la sola possibile? E allora perché non potrebbero gli omosessuali divenire genitori? I l fenomeno sociale è controverso e Anne Cadoret, mette in chiaro alcuni concetti fondamentali. Se avere ed educare un figlio è ormai considerata una scelta, un modo per realizzarsi pienamente, una sorta di diritto individuale, che le tecniche di riproduzione assistita hanno ampliato separando la procreazione dalla sessualità, allora l’idea stessa della famiglia formata da madre, padre e figli è già superata nei fatti. Nella realtà esistono molte situazioni diverse, tra cui le famiglie cosiddette omogenitoriali. Anne Cadoret considera le quattro condizioni possibili all’origine dell ‘omogenitorialità: genitori che hanno avuto un figlio prima dell’unione omosessuale; coppie lesbiche e gay incrociate per avere un figlio; l’adozione; la procreazione assistita, compreso l’utero in affitto. E ne studia le dinamiche basandosi anche sulle testimonianze dei genitori. Affronta inoltre gli aspetti giuridici concernenti le famiglie omoparentali, i rapporti che si stabiliscono tra bambini e nonni, le difficoltà cui vanno incontro i figli via via che crescono.
Recensione di Franco Capacchione tratta da Satis Fiction
Nella società Samo del Burkina-Faso una donna è data in sposa a un uomo solo dopo aver avuto un figlio da un altro. Quel figlio sarà riconosciuto come primogenito dal marito. Presso i Nuer del Sudan, la femmina ricca, rivelatasi sterile, assume un ruolo maschile. La famiglia compra una donna che ne diventa la moglie: questa si accoppia con un servo, i figli che nascono chiameranno la donna sterile “padre” e porteranno il suo nome. Due esempi di come i concetti di “madre” e “padre” che noi diamo per assodati (genitore biologico che si sovrappone a quello sociale) rotolano a gambe all’aria se solo lo sguardo si fa un po’ più lungo. Anne Cadoret, etnologa, parte da lontano per parlare di come si va evolvendo il concetto di famiglia nel nostro Occidente. Ci parla di coppie eterosessuali ricomposte (mariti e mogli divorziati che vivono con nuovi compagni e i rispettivi figli avuti da unioni precedenti), di procreazione assistita, affidamento, adozione. Esempi di multigenitorialità già entrati nella nostra vita e in quella di chi vive intorno a noi. La famiglia omosessuale è un’ulteriore evoluzione nella quale maschile e femminile “non trovano più un’articolazione all’interno di uno stesso nucleo familiare”. Un ampio capitolo è dedicato alla cogenitorialità: un uomo e una donna omosessuali, ognuno con una vita di coppia, decidono di unirsi per generare un figlio. L’autrice, che ha lavorato a lungo con associazioni di genitori omosessuali, raccoglie numerose testimonianze, lascia la parola ai protagonisti che raccontano la loro esperienza, le motivazioni, i passi falsi, i successi. Cadoret non scrive un saggio militante, non nasconde le ombre di scelte umane soggette a errori. Ma è rasserenante leggere un libro che considera la famiglia omosessuale utilizzando scienze e discipline (etnologia, sociologia), non dogmi. Per arrivare a una sostanziosa affermazione: “ciò che è naturale è evidente, ciò che è evidente diventa naturale”.
Anche la narrativa offre punti di vista, sguardi dall’interno. In Tra mamma e Jo il quattordicenne Nick racconta la sua esperienza: vive con la madre biologica e la sua compagna. Un tranquillo quadretto familiare che esplode con la classica crisi di coppia. Particolarmente violenta e sofferta. Ma l’affetto, l’amore non sono necessariamente collegati al legame di sangue. Un finale riappacificante che arriva troppo velocemente non toglie interesse e forza al racconto. Storie, riflessioni che arrivano dall’estero. E noi?
Bentham Jeremy
(collana Nugae)
Il Nuovo Melangolo, 2009
€ 10,00
pp.94
Per secoli l’omosessualità è stata considerata un crimine “contro natura” e “contro l’ordine pubblico”, e perciò punita con la pena capitale. Solo nel ventelimo secolo, in Europa, grazie al pensiero e all’azione dei filosofi e dei movimenti di ispirazione liberale, è stata definitivamente depenalizzata. Ma i pregiudizi che hanno dato origine a tanta ingiustizia sono ancora vivi e causa di indebite discriminazioni e di emarginazione umana e sociale. Questo coraggioso pamphlet del filosofo inglese ]eremy Bentham, datato 1785, è un richiamo ancora attuale alla nostra responsabilità di cittadini europei.
Certo, Bentham mostra alcuni segni dell’età (si riferisce all’omosessualità con termini spregiativi come deviazione, infamia, eccetera), ma il succo giuridico e morale c’è tutto, e magnificamente espresso: «la punizione [dell'omosessualità] non può essere giustificata in base alla capacità di nuocere ma in base all’antipatia» (pp. 57-58).
Omosessualità e vangelo. Franco Barbero risponde
Pasquale Quaranta, a cura di
Gabrielli Editori, 2008
€ 14,00
pp.160
Da quasi trent’anni Franco Barbero sostiene la necessità di creare nella Chiesa un clima di dialogo con le persone gay e lesbiche per aprire così una via che veda nell’omosessualità ben più che uno scherzo della natura e per invitare tutti coloro che si sentono parte della Chiesa cattolica a riflettere sul proprio atteggiamento verso queste persone. Il libro è una raccolta parziale ed esemplare delle numerose lettere giunte in questi anni a Franco Barbero seguite da una sua breve risposta: sono tutte una testimonianza e un invito a vivere la propria storia umana e cristiana “sotto il sorriso di Dio”, nella consapevolezza che è il Suo l’unico “giudizio” che conta, che ci giudicherà, senza distinzioni, con un unico metro: quello dell’Amore.Il libro offre numerosi spunti per una pastorale con le persone omosessuali capace sia di liberarle da ciò che impedisce loro di avere un rapporto sereno con se stesse e con Dio, sia di metterle nella condizione umana e cristiana di “adultità”.
Recensione di di Elena Ribet, tratta da noi donne, ottobre 2008, pp. 40-41
«Uscire dalla comoda terra di nessuno e investire con coraggio nella speranza e nella lotta, con amore non violento, è il cammino in cui non possiamo perdere tempo nel leccarci le ferite o nelle sterili polemiche. Le strade si percorrono solo insieme: credenti, non credenti, gay, lesbiche, eterosessuali, transessuali e quanti altri/e credono nell’amore e nella libertà che è fatta di “convivialità delle differenze”».
Queste le parole nell’introduzione di Franco Barbero, che invita a evitare la trappola del chiedere l’autorizzazione e la benedizione alla “chiesa del bussate e vi sarà chiuso” e a una liberazione autentica dalle discriminazioni. “Omosessualità e Vangelo. Franco Barbero risponde” (Gabrielli editori, 2008) con la postfazione di Paolo Rigliano, è curato dal giornalista Pasquale Quaranta (portavoce del Salerno Pride 2005 e già consigliere nazionale Arcigay) contiene lettere indirizzate a Franco Barbero (tra cui 10 di donne) con le sue risposte e il testo delle celebrazioni d’amore di una coppia lesbica e una gay.
«Queste lettere, un assaggio tra migliaia e migliaia che ho ricevuto e ricevo, sono per me uno dei “luoghi del dialogo”. Su di esse ho versato tante lacrime, ho pregato, riflettuto, studiato. Soprattutto ho cercato di ascoltare e di imparare».
Don Barbero, nato a Savigliano nel 1939, ha pubblicato opere di teologia tra cui “Il dono dello smarrimento” e “L’ultima ruota del carro”. Anima la comunità di base Viottoli. Dimesso dallo stato clericale nel 2003, di lui scrive Quaranta nella presentazione che «Franco resta, perché ritiene importante promuovere nella Chiesa cattolica una dimensione più evangelica, “una struttura ministeriale aperta alla pluralità e alla mutevolezza delle voci e delle forme”, superando l’attuale concezione gerarchica sacrale e maschilista».
Le esperienze di gay e lesbiche credenti dimostrano che tra omosessualità e vita cristiana non esiste alcuna inconciliabilità, alla luce delle ricerche filosofiche, bibliche, teologiche. Il libro «invita a riconoscere e a celebrare l’amore» e affronta in modo preciso e garbato i temi della sessualità, dell’omofobia, dei rapporti sociali e genitoriali, del dialogo e della fede.
Fede e omosessualità. Assistenza pastorale e accompagnamento spirituale
Valter Danna
Effatà, 2009
€ 8,00
pp.80
Questo libro intende proporre alcune riflessioni nell’ambito della pastorale ordinaria per offrire ai pastori e agli operatori un orientamento pratico che aiuti ad accompagnare le persone omosessuali con uno sguardo rispettoso e amico. Per molte persone omosessuali, come per ogni credente, l’esperienza di fede costituisce un’occasione non marginale per la realizzazione del proprio progetto di vita. L’adesione al Vangelo di Gesù Cristo e il desiderio di ricercare attraverso i valori fondamentali del Cristianesimo risposte concrete ai dubbi e alle difficoltà incontrate, possono ispirare in molte persone omosessuali un percorso di liberazione, che può avvenire attraverso un accompagnamento sapiente che aiuti la persona omosessuale credente a comprendere meglio se stessa, a cambiare quel che è necessario cambiare per crescere nell’incontro personale ed ecclesiale con il Signore Gesù, lasciando così emergere in sé quelle tensioni profonde e quelle potenzialità della propria interiorità che potranno aiutarla a vivere un’esistenza personale piena di senso e capace di aiuto e collaborazione con gli altri alla luce della misericordia del Padre.
Recensione di Gustavo Gnavi* tratta da Tempi di Fraternità del giugno 2009
Fede e Omosessualità è il semplice titolo del libretto, editrice Effeta, (Torino, anno 2009) che l’Ufficio per la Pastorale della Famiglia dell’arcidiocesi di Torino propone ai sacerdoti ed agli operatori pastorali.
Il sottotitolo inquadra con quattro parole cosa vuole essere: “un sussidio per l’assistenza pastorale e l’accompagnamento spirituale”.
Non si tratta perciò di un trattato di teologia morale o di esegesi biblica o di un testo per soli confessori o psicologi cattolici ma di un’operetta per tutti coloro che nel corso della loro attività in diocesi, nelle parrocchie, in gruppi ed associazioni possono venire in contatto con persone omosessuali.
Come è precisato nella prefazione dell’autore, don Valter Danna direttore del suddetto ufficio e preside della sezione di Torino della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, il testo “è una meditata rielaborazione di una serie di contributi e scritti nell’ambito di un’esperienza biennale di incontro, ascolto e di condivisione tra due sacerdoti (lo stesso don Danna e don Ermis Segatti) che hanno ricevuto un mandato specifico dall’Arcivescovo, ed alcuni membri del Gruppo di Lavoro “Fede e Omosessualità” costituitosi a Torino in occasione del TorinoPride2006”.
Con pazienza certosina d. Danna ha saputo mettere assieme i contributi fornitigli dai componenti del Gruppo di Lavoro, le osservazioni di esperti operanti in diocesi e varie considerazioni relative all’antropologia cattolica sulla sessualità ed ai documenti del Magistero.
I capitoli spaziano da considerazioni su alcuni aspetti dell’omosessualità, come la scoperta della condizione omosessuale, la famiglia ed il matrimonio, le difficoltà di accettazione da parte di un omosessuale credente, all’aspetto più pastorale che affronta punti importanti come la necessità di accoglienza, di ascolto e di comprensione e la lotta alla discriminazione ed al pregiudizio.
Nel complesso lavoro di sistemazione e di rifinitura si è fatto il possibile per evitare considerazioni, esperienze, parole che potessero in qualche modo dare un’errata idea dell’omosessualità e della vita degli omosessuali e si è volutamente evitato qualsiasi riferimento a discorsi teologici o biblici dovendo avere il testo una utilizzazione puramente pastorale.
E così pure si è scelto di trattare esclusivamente di omosessualità maschile tralasciando la meno conosciuta omosessualità femminile e di non addentrarsi nel complesso settore della transessualità. Entrambi questi due aspetti si spera vengano presi in considerazione quanto prima.
L’opera si presenta così come un insieme di indicazioni che possono dare delle prime informazioni a chi è digiuno su certi argomenti o li ha sempre considerati inopportuni soprattutto in certi ambienti.
Ed è proprio contro questa tesi che punta il dito l’arcivescovo di Torino, card. Severino Poletto nella sua breve ma significativa prefazione.
Da buon piemontese d’adozione non spreca parole ma sottolinea come “è ormai il momento di affrontare anche questo nodo, del tutto particolare, nelle nostre parrocchie e comunità, sia perché queste persone hanno il diritto di essere aiutate, sia perché è con i fatti che dimostriamo di essere Chiesa che si fa davvero germe di unità e di salvezza per tutto il genere umano…”.
Ed il card. Poletto sottolinea anche un altro aspetto interessante. Il libretto ha un carattere sperimentale. L’autore, o gli autori, l’hanno pensato non solo perché venga letto ma perché venga tradotto in pratica. Sarebbe bello se fra qualche anno si potessero raccogliere le esperienze di queste persone e aggiornare, ampliare, rendere questo libretto più vicino alla realtà sia di chi lo utilizza sia di chi desidera vederlo utilizzato.
Un’ultima osservazione sulla copertina. Vi sono disegnate mele rosse e mele verdi ma è interessante notare come la differenza fra queste non sia fra singole mele ma fra coppie di mele. Fra le coppie formate da una mela verde ed una rossa ve ne è una formata da due mele rosse. Possiamo vedere questo disegno come un’apertura alle coppie omosessuali? Lo prendiamo come augurio!!!
* Gustavo Gnavi è presidente del Centro Studio e Documentazione “F. Castellano” di Torino
L’omosessualità nella Bibbia e nell’antico Vicino Oriente
Thomas Römer – Loyse Bonjour
(Piccola collana moderna)
Claudiana, 2007
€ 12,50
pp. 144
Un percorso storico nel mondo dell’antico Vicino Oriente e della Bibbia alla ricerca delle diverse concezioni che tali società avevano delle relazioni omosessuali e dello statuto che vi accordavano.
Dalla quarta di copertina:
L’omosessualità è uno dei grandi temi sociali odierni anche nell’ambito delle chiese.
Tra i cristiani, l’argomentazione biblica gioca un ruolo decisivo ma pericoloso:il ricorso alla Bibbia rischia infatti di legittimare, in maniera a-storica, posizioni antitetiche di condanna e giustificazione.
Gli oltre duemila anni che ci separano dalla Bibbiaebraica comportano invece un’attenta lettura contestuale dei testi biblici nonchè di quelli delle antiche civiltà che li hanno influenzati.
Thomas Römer e Loyse Bonjour delineano cosí un percorso storico e informativo nel mondo dell’antico Vicino Oriente e della Bibbia per identificare concezioni e statuto delle relazioni amorose e sessuali tra uomini in tali società.
Contro natura. Omosessualità, Chiesa e biopolitica
Filippo Trasatti
Elèuthera, 2008
€ 12,00
pp.130
Per il Vaticano la pietra dello scandalo, in apparenza, non è tanto l’omosessualità in sé quanto la questione delle coppie di fatto omosessuali, accusate di sgretolare la “famiglia tradizionale”, fondata su un padre e una madre uniti in vincolo matrimoniale per procreare secondo il piano divino. Ma su un altro piano, a sostenere come pilastro questa posizione c’è la questione centrale della “natura”, del diritto naturale che ne discende, con tutti gli annessi e connessi in campo sociale, politico ed etico. E ancora più a fondo, c’è la questione del potere che si gioca in questa normalizzazione non solo della sessualità, ma anche della vita, della morte e della riproduzione, ovvero di quanto viene comunemente definito “biopolitica”. Insomma, a partire dal rifiuto e dalla repressione dell’omosessualità, si possono trovare connessioni più generali che rimandano al controllo sulla vita individuale e che riguardano tanto le istituzioni religiose quanto gli apparati dello Stato e quelli tecno-scientifici.
Recensione a cura di Manfredi Perrone, della redazione di gay.tv
E’ uscito presso Elèuthera, storica casa editrice libertaria, un breve saggio dal titolo Contro Natura. Come è specificato meglio nel sottotitolo, tratta di Omosessualità, Chiesa e biopolitiche.
Tematiche che torneranno presto all’ordine del giorno, perchè il nuovo governo, decise le più immediate questioni economiche, dovrà affrontare anche temi più radicali e sociali, come la famiglia e la vita. E si sa, i governi entrano spesso in crisi quando devono legiferare intorno ai pilastri della società: concepimento, famiglia, matrimonio…
Con un’ampia introduzione l’autore Filippo Trasatti, un insegnante che si occupa di didattica della filosofia, ci racconta come la Chiesa, la più grande organizzazione mondiale, paia accettare in qualche modo critiche intorno alla sua dottrina, ma che in fondo si è sempre avvalsa del dogma dell’infallibilità.
Il pensiero attuale del Vaticano intorno all’omosessualità è in pratica lo stesso contenuto nella lettera pastorale pubblicata dall’allora cardinale Ratzinger ‘Homosexualitatis Problema’, in cui viene condannata perchè è contraria alla legge naturale e rende impossibile l’aspetto essenziale della sessualità, ossia la procreazione.
Il problema, come è ripetuto nel libro, non è però andare contro la dualità affettiva e sessuale decisa da dio, ma il fatto che viene minacciata la struttura famiglia tradizionale e quindi, in maniera traslata, tutto il potere della Chiesa, e non solo quello ‘temporale’.
L’autore quindi si cimenta con le idee che hanno costituito i fondamenti della legge naturale, l’evoluzione del pensiero su rapporto uomo natura e i dogmi della Chiesa. Lo fa con puntiglio ma conducendoci con leggerezza attraverso secoli di pensiero tortuoso.
Si arriva al centro del testo, che è l’ordine sociale in forma di famiglia organizzata fondata sulla ripartizione dei ruoli diversi ai due sessi, che una parte tradizionale (la Chiesa) vuole strenuamente difendere, mentre l’altra (gli omosessuali, ma anche sempre più etero) inevitabilmente scardina.
Come ci ricorda Trasatti, la famiglia riunisce nella stessa unità sociale la sessualità, l’affettività, la riproduzione della specie e certe funzioni economiche, come il consumo.
“Rompendo il legame automatico dell’affettività con la riproduzione della specie, l’omosessualità partecipa al mutamento morale che riconosce un valore in sé alla sessualità e fa della riproduzione una scelta autonoma. Soprattutto presuppone l’autonomia della persona umana in rapporto all’ordine sociale che lo definirebbe una volta per tutte”
Una Chiesa che continua a condannare di più la masturbazione, rispetto allo stupro, in base al fatto che nel secondo caso, comunque, esiste la possibilità di riproduzione, forse è da riportare a un ruolo esclusivamente spirituale, pastorella per pecore smarrite, e non perno su cui poggiano continue scelte politiche e sociali fatte nel nostro paese.



























































