La paura alla mia porta, di Luca Baratto, pastore e curatore del programma di RAIUNO “Culto Evangelico”


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Mi è capitato di assistere ad una discussione in cui un interlocutore sosteneva che alla parola “omofobia” non dovesse essere attribuito l’atteggiamento violento verso i gay. “Una fobia è una paura e non si può incolpare nessuno di aver paura.
Bisogna invece avere pazienza e spiegare”. Un ragionamento dettato da buone intenzioni, ma in definitiva poco convincente perché omette di segnalare lo stretto rapporto che esiste tra paura e violenza. Una società dominata dalla paura è una società destinata inevitabilmente a diventare più violenta. Ce lo dicono i fatti di cronaca.

Nel nostro paese, oltre ai reati di cui da sempre, italiani e stranieri, si rendono colpevoli, sono già evidenti le avvisaglie di una nuova violenza: a Roma e a Parma, un cinese alla fermata dell’autobus e uno studente africano imbattutosi in un gruppo di vigili urbani sono stati pestati perché stranieri; e ancora a Roma, due omosessuali sono stati aggrediti perché omosessuali.


La paura dei tanti genera, legittima e giustifica la violenza dei (finora) pochi. È un dato di fatto, ma, oserei dire, è anche una verità cristiana. Se ci sono infatti delle persone che hanno tutta l’autorità morale, spirituale e intellettuale per denunciare i pericoli che genera la paura quando questa avvolge il comune sentire di una società, questi sono proprio i cristiani. Da sempre chi legge la Bibbia sa che il contrario dell’amore non è l’odio, ma la paura: “Nell’amore non c’è paura; anzi, l’amore perfetto caccia via la paura … chi ha paura non è perfetto nell’amore ” (1 Giovanni 4.18).
Nel linguaggio cristiano l’amore è quella forza capace di cambiare la realtà e creare un mondo nuovo; la paura è il suo contrario che rende oscuro il futuro e, soprattutto, rende forti le ansie degli esseri umani e flebile la parola di salvezza dell’evangelo.

Nell’Italia di oggi è proprio questa la parola cristiana che dovrebbe udirsi con più forza: un appello a non concedere troppo alla paura, a guardarsi dai suoi pericoli, che sono tanti. La paura infatti impedisce di leggere la realtà per quello che è.
L’insicurezza della nostra società dipende anche dalla percezione chiara di un declino sociale ed economico che si evidenzia con l’aumento dei prezzi degli alimentari, dei carburanti, la difficoltà di trovare lavoro, la marginalità crescente. Qual è la causa, con chi prendersela? Con gli speculatori di borsa che in questi giorni stanno bruciando capitali su capitali? E chi li ha mai visti a Tor Bella Monaca o a Ponticelli, dove invece sono visibilissimi gli immigrati, gli stranieri, un’umanità spesso molto simile a quella di tanti italiani delle periferie cittadine che combattono quotidianamente per sbarcare il lunario.
La paura crea dei fantasmi e individua il nemico nei ‘diversi’; e per non lasciar dubbi si inventano nuovi reati, come quello di clandestinità, proprio per essere sicuri che essi appaiano a tutti colpevoli. Blandire, se non addirittura cavalcare le paure di una società, rispondere non ai problemi reali (che ci dimostrerebbero che l’Italia senza stranieri non sarebbe né più ricca – anzi – né più sicura di oggi), ma dar credito ai fantasmi creati dall’insicurezza collettiva, rende ancora più stringente il rapporto tra paura e violenza.
Se può forse essere vero che gli italiani non soffrono di un pregiudizio radicato contro gli stranieri, è invece vero che stiamo costruendo comode autostrade affinché il razzismo che nasce dalla paura si manifesti in tutta la sua pericolosità.

Certo la paura è ineliminabile: prima o poi giunge il giorno in cui essa viene a bussare alla tua porta. La differenza sta nel modo in cui si reagisce al suo arrivo. C’è chi chiude i chiavistelli, serra tutte le uscite, pensa di salvarsi con la repressione, accetta di guardare il mondo esterno solo da angusti rifugi che spesso si trasformano in trappole senza uscita (è un classico dei thriller il chiudersi in casa con l’assassino). L’amore che sconfigge la paura, invece, non può sopportare di rimanere al chiuso, ma vive all’aria aperta, ci mostra la vita alla luce del sole, ci porta ad incontrare e a conoscere.

Se la paura venisse a bussare alla tua porta, tu che faresti? C’è una risposta che forse sta sopra tutte le altre, e che ha pronunciato a conclusione di un suo sermone uno dei cristiani che più di ogni altro ha dedicato la sua esistenza alla predicazione dell’amore che sconfigge la paura, e di una società in cui i diversi si possano integrare gli uni con gli altri, Martin Luther King: “La paura ha bussato alla mia porta; l’amore e la fede hanno risposto; e quando ho aperto, fuori non c’era nessuno.” (Tratto da NEV-notizie evangeliche 41/08)

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