ECCLESIA ANGLICANA E OMOSESSUALITA



2477989072_55669fa0eb_bGianluigi Gugliermetto ha studiato filosofia e teologia in Italia e negli Stati Uniti. Nel 2003 è diventato membro della Episcopal Church. Ha insegnato per alcuni anni alla Woodbury University (Los Angeles) e nel 2008 ha completato il dottorato in teologia alla Claremont Graduate University. Nell’ultimo decennio si è occupato di teologia del processo, dialogo interreligioso, teologia femminista, e in generale di teologia sistematica. In questo momento lavora sul tema del desiderio nel Cristianesimo, con una attenzione speciale ai temi della mistica, dell’ascetismo, della relazionalità, e del genere maschile.

Nel 2003 la Chiesa Episcopale (The Episcopal Church-TEC), che fa parte della Comunione Anglicana, ordina vescovo per la diocesi del New Hampshire il reverendo Gene Robinson, divorziato e convivente da anni con il suo partner Mark. Oggi (2008) la Chiesa Episcopale, per decisione di un’ampia maggioranza dei suoi vescovi e vescove, mantiene una “moratoria” sull’elezione e la consacrazione di vescovi e vescove “il cui stile di vita crea scandalo all’interno della Comunione Anglicana.” Qual è dunque la posizione della chiesa anglicana sull’omosessualità?

Il problema è che la chiesa anglicana non esiste in quanto struttura ecclesiastica. Esistono invece 44 chiese membri della Comunione Anglicana, le quali interpretano, in diversi contesti geografici e culturali, la tradizione storica della ecclesia anglicana, cioè del modo “anglicano” di essere chiesa. Come si può immaginare, queste chiese sono sparse soprattutto (se non esclusivamente) nei territori che facevano parte dell’Impero Britannico e dunque ogni questione teologica è complicata dal retaggio coloniale, inclusa la questione dell’omosessualità. Inoltre, ciascuna di queste chiese gode di un’ampia autonomia, e gli organismi che garantiscono il mantenimento di relazioni reciproche (i quattro “strumenti di comunione”) non hanno nessun potere giurisdizionale o di definizione dottrinale. Per esempio, un documento comune dell’assemblea dei vescovi che presiedono le chiese membri, votato a maggioranza, ha il valore di una esortazione. Lo stesso vale per qualsiasi cosa detta dall’arcivescovo di Canterbury, a qualsiasi titolo e in qualsiasi circostanza, anche la più solenne, e vale addirittura per l’assemblea generale (Lambeth Conference) di tutti i vescovi della Comunione Anglicana convocata ogni dieci anni dall’arcivescovo di Canterbury.

Nel 1998 l’assemblea di Lambeth votò a maggioranza un documento in cui si diceva che “l’omosessualità è incompatibile con la fede cristiana quale insegnata dalla Scrittura.” La cosa destò stupore perché, almeno negli Stati Uniti e in Canada e anche parzialmente nel Regno Unito, la presenza visibile di uomini e donne dall’orientamento sessuale non-conforme non solo nelle parrocchie, ma ancor di più tra il clero era un dato acquisito. Cosa stava succedendo all’anglicanesimo? Nel 1998 per la prima volta in una conferenza di Lambeth il numero dei vescovi dell’emisfero sud superò il numero dei vescovi dell’emisfero nord, e questa disparità è stata indicata come una delle cause principali di un voto così stupefacente. Ma ciò che non è chiaro per chi non sia addentro ai meccanismi complessi della ecclesiologia anglicana, è che i documenti di Lambeth hanno soltanto valore esortativo e non impegnano le chiese membri. Per ovviare a questo problema di percezione pubblica, che di fatto oggi è prevalente anche tra i fedeli anglicani, la conferenza di Lambeth del 2008 non ha votato alcun documento su alcun tema, incluso quello scottante dell’omosessualità, ma si è limitata a fornire un’occasione di conoscenza reciproca e di scambio di vedute tra i partecipanti.

Nell’ambito della chiese anglicane dell’America del Nord (TEC e Chiesa Anglicana del Canada) la riflessione teologica sulla sessualità e specificamente quella sull’omosessualità va avanti da tempo, con il risultato che le comunità appartenenti a queste chiese sono spesso diventate un porto sicuro per persone con orientamento omosessuale provenienti dalle esperienze religiose più diverse. L’ampia maggioranza progressista di queste chiese ha creduto, fino all’ordinazione di Robinson nel 2003, che “tutti gli altri” prima o poi avrebbero capito e si sarebbero accodati. Oggi viene detto dagli esponenti ufficiali della TEC che non si pretende di far cambiare idea alle altre chiese della Comunione Anglicana, ma che si richiede il rispetto dell’autonomia delle decisioni della TEC in ambito etico. Ma in realtà prima del 2003 il sentire comune era che “tutti gli altri” avrebbero capito, prima o poi, senza forse rendersi conto che “tutti gli altri” non significava solo le minoranze conservatrici delle chiese anglicane nell’America del Nord, ma che si trattava di fare i conti con una situazione storico-geografica più complessa. L’alleanza politica tra i conservatori statunitensi e la maggioranza dei vescovi dell’emisfero sud ha di fatto avuto un successo molto grande. Molti progressisti si chiedono ora se non si poteva capire prima che cosa sarebbe successo, per esempio già dal voto (consultivo, ma certamente indicativo) dell’assemblea di Lambeth del 1998. Altri all’interno della TEC affermano che comunque la nostra chiesa deve avere un ruolo profetico all’interno della Comunione Anglicana e di tutte le chiese cristiane, e dunque che l’ordinazione di Gene Robinson è stato un atto di grande rilievo etico e spirituale, nonostante la crisi politica ed ecclesiale che ha suscitato.

Sarebbe una semplificazione affermare che tutto quello che sta succedendo, incluse le continue minacce di scisma, è riconducibile alla divisione tra nord e sud, ma questo elemento va compreso a fondo. Nell’emisfero sud le posizioni non sono tutte identiche ma sono largamente allineate con i cosiddetti “tradizionalisti” americani. Questa piccola minoranza all’interno della TEC ha addirittura ottenuto da alcuni vescovi africani la consacrazione di vescovi tradizionalisti per impiantare una giurisdizione anglicana parallela nel nord America, (cioè con i suoi vescovi, le sue diocesi e le sue parrocchie) proprio a causa della “questione gay”. Questo è un fatto scandalosamente alieno dalla tradizione dell’ecclesiologia anglicana, ed ha anche portato a situazioni paradossali, per esempio al fatto che certe comunità statunitensi molto conservatrici, comunità in cui un afro-americano ci pensa due volte prima di metterci piede, si dichiarano adesso parte della Chiesa Anglicana d’Uganda o della Chiesa Anglicana della Tanzania.

Nell’emisfero sud ci sono voci dissenzienti da questi comportamenti e fortemente impegnate per la protezione dei diritti delle persone omosessuali (per esempio, la Chiesa del Sudafrica che segue l’esempio del suo ex-arcivescovo Desmond Tutu, il quale ha paragonato il trattamento degli omosessuali nelle chiese all’apartheid) ma ci sono anche vescovi che si muovono attivamente per introdurre legislazioni civili discriminatorie o che condannano molto blandamente, e perciò tacitamente approvano, la violenza fisica contro gli omosessuali (è il caso dell’arcivescovo metropolita della Chiesa della Nigeria, Peter Akinola). Alcuni vescovi africani hanno dichiarato che la questione dell’omosessualità è un privilegio bianco (un tempo in Italia si sarebbe detto “borghese”), altri hanno fatto notare che le loro chiese si trovano in nazioni a prevalenza musulmana e che parlare di omosessualità sarebbe già di per sé motivo di irrisione, altri ancora dicono che nella loro culture della sessualità non si parla affatto né si vede perché si dovrebbe parlarne dal momento che ci sono problemi ben più gravi all’ordine del giorno. In realtà non si sa quasi niente di cosa pensino i credenti che sono membri di queste chiese, essendo ovviamente l’opinione pubblica poco sviluppata in strutture che incarnano un modello autoritario e coloniale.

Al contrario, la Chiesa Episcopale, la Chiesa Anglicana del Canada e, in misura minore ma significativa, le chiese anglicane del Regno Unito (Inghilterra, Scozia, e Galles) discutono pubblicamente la questione dell’omosessualità da almeno tre decenni e, nonostante le attuali accese controversie all’interno della Comunione Anglicana, la posizione prevalente a tutti i livelli è molto favorevole a superare definitivamente il dibattito garantendo la possibilità di un accesso pieno agli “ordini sacri” (diaconato, presbiterato, episcopato) a tutti gli uomini e le donne chiamati a tale responsabilità indipendentemente dal loro orientamento sessuale, mentre la benedizione di unioni omosessuali sta diventando prassi in molte parrocchie pur non esistendo un rito ufficiale a tale scopo. L’unione di due preti maschi celebrata sfarzosamente a Londra di recente ha attirato le reprimende dell’arcivescovo di Canterbury, il quale però sembrava più irato per la pubblicità, insomma per i problemi politici che questo evento gli stava creando, che per la cosa in sé. La leadership dell’arcivescovo di Canterbury, un uomo noto in passato per le sue posizioni progressiste, è appunto criticata da molti come ambigua o addirittura offensiva nei confronti delle persone GLBT perché gli da un lato afferma con forza che la chiesa deve accogliere questi individui, dall’altro che la chiesa ha una tradizione che ne impedisce l’accesso al matrimonio o agli ordini sacri (se si tratta di persone “non celibi”) e dunque insiste che finché la Comunione Anglicana (tutta? a maggioranza?) non modifica questa tradizione ci dovrebbe essere una specie di moratoria permanente.

Tutto questo naturalmente non risponde alla nostra domanda iniziale su quale sia la posizione anglicana sull’omosessualità, ma spero possa aiutare a comprendere la complessità della situazione. In questo momento, in cui incombono le minacce di scisma, la nuova struttura data all’assemblea di Lambeth, che ne ha chiarito il ruolo consultivo, può dare l’impressione di un corpo ecclesiale che non sa quali pesci pigliare. Volendo guardare la situazione più benevolmente, siamo di fronte a un tentativo di leadership che, almeno in questo momento storico, vuole fidarsi del potere del confronto e dell’ascolto reciproco piuttosto che del potere dell’autorità imposta, sia pure dell’autorità di un voto a maggioranza. In ogni caso, a mio parere, le questioni storiche di fondo che devono essere tenute sullo sfondo per tentare di capire quale sia (o se c’è) una posizione anglicana sull’omosessualità sono almeno due. La prima questione, come s’è detto, è quella coloniale. Negli anni dopo Lambeth 1998, e ancora di più oggi, noi dell’emisfero nord abbiamo cominciato a capire che stiamo pagando le conseguenze di una cristianizzazione autoritaria dell’emisfero sud. I nostri avi sono andati a insegnare agli africani e agli asiatici che “le cose stanno così” e che non si discutono, senza sentire il bisogno di informare i loro convertiti che il dibattito teologico e etico è una della parti più vive e originali della tradizione anglicana. La seconda questione riguarda l’origine stessa dell’anglicanesimo come Chiesa in cui sono ammesse posizioni teologiche anche molto divergenti (“comprehensiveness”) purché il principio del culto comune secondo formule ufficialmente approvate venga rispettato. La scelta storica operata in questo senso già nel sedicesimo secolo ha portato conseguenze sia buone sia cattive, ma oggi sembra che sia dimenticata dai “tradizionalisti” i quali si dimostrano in realtà niente affatto rispettosi della loro stessa tradizione di tolleranza teologica con la loro richiesta di spostare l’anglicanesimo in blocco su posizioni dottrinali e morali simili a quelle della Chiesa Cattolica Romana.

Oggi nella Chiesa Episcopale (TEC) e nella Chiesa Anglicana del Canada evitare lo scisma è diventato la parola d’ordine e non si sono più fatte consacrazioni di vescovi apertamente gay dal 2003, in ossequio alla richiesta della grande maggioranza dei vescovi africani e asiatici. Le ordinazioni di diaconi e presbiteri apertamente omosessuali (di entrambi i sessi) sono continuate, così come le unioni di due uomini o due donne spesso si celebrano in deroga (cioè nell’assenza di una liturgia ufficiale consentita). Il Book of Common Prayer della Chiesa Episcopale (ogni chiesa anglicana ha il suo proprio BCP) non è ancora cambiato perché questo è uno degli atti più ufficiali che esistono nella tradizione anglicana e c’è il timore di suscitare nuovi scontri con molte chiese anglicane dell’emisfero sud, ma si aspettano degli decisioni forti dalla Convenzione Generale della TEC 2009, che ha l’autorità di procedere a un tale cambiamento. Secondo i “tradizionalisti” l’aggiunta di una appendice al libro liturgico in cui si prevedano dei riti di unione tra due persone dello stesso sesso, anche se i riti stessi sono definiti facoltativi, sarebbe un passo radicale perché è proprio sulla preghiera comune ufficialmente stabilita che si regge l’unità della chiesa e si esprime la teologia stessa della chiesa. Molti tra i “progressisti” tuttavia sostengono che l’unità si fonda solo sui riti obbligatori, e dunque che l’etichetta “facoltativo” risolverebbe il problema.

A mio parere, quest’ultima idea mostra una debolezza della maggioranza progressista della Chiesa Episcopale (TEC), perché è chiaro che l’inserimento di un rito nuovo nel BCP, specialmente se riguarda un tema controverso, è un atto politico forte che corrisponde a una dichiarazione teologica. Piaccia o non piaccia, l’anglicanesimo ha portato alle estreme conseguenze la regola lex orandi, lex credendi: le formule che adoperiamo nella liturgia dicono ciò che noi crediamo e sono di fatto l’espressione di un consenso teologico. E’ vero che i riti proposti non essendo obbligatori non vincolerebbero tutta la chiesa, ma la loro presenza avrebbe grande forza simbolica. Può darsi che l’anglicanesimo si trovi ad una svolta e che sia costretto a confrontarsi con la necessità di esprimere posizioni teologiche vincolanti, come viene richiesto spesso dai conservatori e, di fatto, è anche implicito nell’atteggiamento dei progressisti che pretendono l’ufficializzazione dei nuovi riti di unione. La storia anglicana insegna però che si è spesso trovata una soluzione di tolleranza e dunque, secondo alcuni, di ambiguità.

Avendo vissuto per molti anni nella diocesi di Los Angeles, che è una delle più vaste e influenti della Chiesa Episcopale (TEC), posso testimoniare che lì nessuno si attendeva che la consacrazione di Gene Robinson nel 2003 suscitasse il putiferio che ha suscitato. La domenica mattina, nella gran parte delle parrocchie, le coppie gay vanno a messa a braccetto come tutte le altre ed è difficile pensare che la situazione potrà essere cambiata da qualche documento negativo che, comunque, non ha valore di legge. Più di dieci anni fa, in una lettera pastorale, il vescovo di Los Angeles scrisse che “sì, davvero l’omosessualità è una faccenda complicata e ancora tutta da capire ma, d’altra parte, anche l’eterosessualità non è chiara per niente…” e concludeva: “lasciamo che le persone esprimano liberamente i loro affetti in tutta serenità”.

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