Salviamo l’attivista gay iracheno Anwar Basim Saleh


Nella foto: alcuni gay trucidati in Iraq

Nella foto: alcuni gay trucidati in Iraq

Gruppo EveryOne: salviamo l’attivista gay iracheno Anwar Basim Saleh dalla deportazione. Autorità olandesi gli conferiscano immediatamente lo status di rifugiato.

Anwar Basim Saleh, 21enne attivista gay iracheno originario di Baghdad, si trova attualmente in Olanda, dove ha richiesto asilo come rifugiato.

Anwar, prima di lasciare il suo Paese d’origine, era il coordinatore di una “safe house” per omosessuali, per conto dell’organizzazione Iraqi LGBT.

Per questo motivo era stato arrestato nel febbraio del 2009 da membri del Ministero degli Interni iracheno (i Badr Corps). È stato picchiato, torturato e ha sofferto un gravissimo trauma per i lunghi giorni di detenzione e per gli abusi subiti.

È stato indagato e ripetutamente interrogato per il suo impegno come attivista all’interno di Iraqi LGBT e per il suo coinvolgimento nella gestione di una “safe house”, dove in Iraq gli omosessuali perseguitati vengono segretamente accolti e assistiti.

Durante la detenzione ha incontrato altri cinque membri della sua organizzazione che sono stati condannati a morte per lo stesso motivo. Nel corso della visita in carcere di uno dei volontari di Iraqi LGBT, Anwar ha consegnato una lettera con un disperato appello: “salvatemi dalla pena di morte”.

Iraqi LGBT ha pagato immediatamente alle autorità una cauzione di 5000 dollari per ottenere il rilascio del giovane, e non appena libero, il 14 aprile 2009, Anwar si è imbarcato in un aereo per Parigi, fuggendo così dal suo Paese d’origine, dove avrebbe subito un iniquo processo e sarebbe stato con tutta probabilità condannato a morte.

Dopo qualche mese, passato senza alcun aiuto da parte delle istituzioni, associazioni e autorità francesi, mendicando per strada e vivendo come un senzatetto, senza conoscere altra lingua all’infuori dell’arabo, Anwar ha lasciato la Francia e il 22 giugno 2009 è entrato nel confine olandese. Si è presentato spontaneamente alle autorità di Polizia a Rotterdam, raccontando la sua storia, ed è stato indirizzato presso l’autorità locale per i rifugiati, che lo ha accolto al centro per l’asilo di Terabil il 24 giugno scorso.

Il 2 settembre 2009, Anwar è stato convocato dal Ministero della Giustizia, riguardo alla sua richiesta d’asilo, e gli è stato comunicato che in base alla convenzione di Dublino spetta alla Francia decidere se conferirgli o meno lo status di rifugiato.

Anwar, che è tuttora in territorio olandese, ha pregato di riconsiderare la sua richiesta in Olanda, dove vi sono altri rifugiati omosessuali originari dei paesi arabi, per evitare ulteriori traumatici spostamenti e infinite attese sulla sua sorte.

Nella capitale irachena, in un’intervista rilasciata al quotidiano “The National” (http://www.thenational.ae/), un miliziano ha dichiarato: “vediamo l’omosessualità come una grave malattia che si diffonde rapidamente tra i giovani della comunità, dopo che è stata portata da fuori dai soldati americani. Queste non sono abitudini irachene o della nostra comunità e dobbiamo eliminarle”.

Negli ultimi mesi si ritiene che siano stati barbaramente uccisi, a causa della loro omosessualità, decine e decine di gay iracheni, per eliminare coloro che sono considerati “moralmente devianti”, anche se tali delitti si verificano sin dal 2003. Ufficialmente la polizia irachena afferma che il numero degli omicidi, nel corso degli ultimi due mesi, è inferiore a dieci, anche se in via ufficiosa riconosce che il numero è più del doppio di quello dichiarato. Alcune di queste persone sono state massacrate dagli stessi membri della loro famiglia o della loro tribù che vedono l’omosessualità come una grave macchia sul loro onore collettivo.

Il miliziano iracheno, nella stessa intervista, afferma: “abbiamo avuto l’approvazione da parte dei principali tribù irachene per liquidare quelli uomini che imitano le donne”, spiegando che è stato nella Mahdi Army, ma ora agisce indipendentemente dalla milizia del disciolto leader del movimento Sadr di Muqtada al Sadr: ”Il nostro obiettivo è quello di contribuire a stabilizzare la società”.

L’omosessualità è illegale in Iraq e in base a un’indicazione posta nel 2005 sul sito web del leader religioso sciitaAli al Sistani, deve essere considerata un reato da punire con la pena capitale e gli omosessuali devono essere uccisi nel “peggiore” modo possibile.

Anche se il post è stato rimosso, i sentimenti che esprimeva sembrano essere condivisi da altri religiosi iracheni.

“Il castigo islamico per i gay è l’essere bruciati o ogni altra forma di messa a morte”, ha detto l’imam Hussein della moschea del quartiere Karada di Baghdad.
”Coloro che violano le regole di Dio devono essere purificati dalla comunità musulmana. Ci sono regole chiare per l’umanità, che gli uomini devono essere uomini e le donne devono essere donne”. Ha affermato il religioso che il governo iracheno dovrebbe intervenire con fermezza contro gli omosessuali, ma in mancanza di ciò è più che accettabile che ogni famiglia o tribù uccida i gay.

”La verità è che l’omosessualità rappresenta una vergogna per loro. Uccidendo gli omosessuali si fa la volontà di Dio”.

Taher Mustafa, un membro del personale medico di Baghdad, ha recentemente affermato che, negli ultimi tre mesi, ha visto tre uomini che crede siano stati uccisi perché gay. Ha aggiunto “erano degli uomini, tra i 17 e i 25 anni, che sono stati uccisi o bruciati a morte”.

Un reportage del domenicale britannico ‘The Observer’, nel mese di settembre 2009, ha inoltre rivelato che in Iraq i fondamentalisti islamici che danno la caccia agli omosessuali hanno iniziato a setacciare anche chat room e siti web e che, dall’inizio dell’anno, hanno già ucciso oltre 130 uomini gay. A Bagdad il giornalista dell’Observer ha incontrato il leader di una di queste organizzazioni fondamentaliste. Informatico, 22 anni, ogni giorno trascorre almeno sei ore su Internet a caccia di omosessuali: ‘‘E’ il modo più semplice per trovare coloro che distruggono l’Islam e che vogliono sporcare una reputazione che abbiamo impiegato anni a costruire’’.

Dopo l’allarme internazionale lanciato mesi fa da Iraqi LGBT e dal Gruppo EveryOne – e dopo il tentativo di mediazione effettuato dagli attivisti EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau e Glenys Robinson nei confronti dell’Ambasciatore iracheno in Italia, Sua Eccellenza Mazin Abdulwahab Thiab, e delle Istituzioni della “Coalizione multinazionale in Iraq” – anche Human Rights Watch ha recentemente definito la repressione dei gay in Iraq come “una vera e propria pulizia etnica, una campagna sistematica contro la comunità gay, colpita con torture e omicidi”.

Il Gruppo EvryOne, in contatto diretto con il presidente di Iraqi LGBT Ali Hilli nonché con il giovane profugo, chiede alle autorità e istituzioni olandesi e francesi, nonché ai membri del Parlamento europeo, della Commissione Ue e del Consiglio d’Europa (in particolare del comitato contro la tortura), di attivarsi nell’immediato affinché ad Anwar Basim Saleh sia garantita la protezione più adeguata e gli venga riconosciuto senza indugi lo status di rifugiato in base alla Convenzione di Ginevra, alla carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e alle norme internazionali che tutelano il diritto alla vita, alla salute e alla libertà personale. Anwar non deve essere sottoposto a ulteriori stress psico-fisici, perché anche solo la notizia del rischio di una deportazione in Iraq lo ucciderebbe.

Chiediamo l’intervento dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, affinché si faccia portavoce del caso e garantisca la più corretta e urgente procedura per concedere protezione internazionale al ragazzo e scongiurare definitivamente ogni rischio di deportazione.

fonte: http://www.everyonegroup.com

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