Un paradosso… cristiano


gay_rightsdi Henry Olsen*

Ci è stato fatto notare che in alcuni casi le notizie che riportiamo sul sito della REFO – Rete Evangelica Fede e Omosessualità o sulla pagina ad essa dedicata su Facebook non hanno un apparente richiamo teologico-ecclesiastico. Ci è stato fatto notare che gli ultimi comunicati stampa relativi ad aggressioni e all’affossamento della legge Concia contro l’omofobia avrebbero potuto essere stati scritti, per mancanza di citazioni bibliche o richiami alla nostra fede, da una qualsiasi associazione militante nell’ambito glbt.

E’ vero.

Ma mi chiedo: il fatto di essere persone di fede, ci fa smettere di essere cittadini e cittadine? Possibile che il nostro raggio visivo debba estendersi entro e non oltre i perimetri, a volte troppo ristretti, delle nostre chiese? E poi, per essere buoni e riconosciuti cristiani, occorre davvero parlare “per citazioni”? Abbiamo davvero bisogno di suffragare il nostro pensiero usando versetti tirati spesso per la giacca?

Da 11 anni ormai la REFO opera all’interno e all’esterno del mondo evangelico. Cerca di stimolare un dibattito nelle comunità di cui fa parte, si relaziona con circoli ed associazioni glbt, credenti e non, dialoga con la società.

Se devo fare uno sforzo mnemonico mi pare che l’apertura verso l’esterno, l’allargamento del campo d’azione arrivi in un secondo momento rispetto all’iniziale, logico, tentativo di farsi conoscere e riconoscere all’interno delle nostre comunità. Ma perché, mi chiedo. Non ci bastava? Evidentemente no. Non si può prescindere dal dialogo con i credenti di altre confessioni, ancorchè gay. Non si può prescindere dal dialogo con la società di cui facciamo parte, volenti o nolenti.

Mi verrebbe innanzi tutto da dire, perché non viviamo in cima ad un pero. Ma soprattutto perché, mi pare, noi cristiani e cristiane evangelici/che del terzo millennio abbiamo ormai abdicato alla vocazione profetica, rivoluzionaria di quel Gesù, che tanto amiamo citare ma che poco riusciamo ad emulare.

Quel Gesù che taccia di legalismo, di ritualismo, di formalismo, di moralismo e dunque di fondamentalismo i credenti “migliori”, i devoti per eccellenza, gli ultras della fede.

Quel Gesù che getta scompiglio in una società apparentemente ordinata, chiamando ultimi i primi e primi gli ultimi.

Quel Gesù che sovvertendo tutto ciò che aveva una logica ed una giustificazione “biblica” in una società ingiusta ed in una chiesa incapace di gridare allo scandalo, ma anzi asservita a logiche di potere, finisce per trovare la morte come rivoluzionario. Che poi tutto questo, per altri disegni, ci abbia resi liberi e salvi è un altro discorso.

Sia chiaro: non mi aspetto, certamente, che qualcuno oggi, come Lui, si offra in sacrificio per difendere le istanze glbt.

Ma un po’ più di audacia profetica sì. Vorrei che i/le credenti vivessero come protagonisti/e della vicenda umana, non accontentandosi di osservarla o commentarla. Vorrei che una volta tanto una chiesa non aspettasse che la società in cui vive ed opera faccia il suo percorso, salvo poi accodarsi.

Penso, ad esempio, alla problematica delle benedizioni delle coppie di fatto, siano esse omosessuali o eterosessuali. L’attuale stallo (o pretesto?) deriva unicamente dal fatto che non esistendo una forma di riconoscimento civile, nulla può essere messo in essere nelle nostre comunità. I regolamenti e gli statuti delle nostre chiese lo impediscono. Vorremo… ma non possiamo.

Un regolamento potrebbe essere modificato, senza attendere leggi o leggine dello Stato: questo, per me, è avere una visione profetica del mondo! Eppure… Vorremo… ma non possiamo.

CAVILLI! Cavilli che sembra impediscano di andare oltre. Ecco perché mi pare che la “battaglia” oggi debba avere anche un altro fronte, quello della società “civile” e delle istituzioni. Dal momento che le nostre chiese sembra abbiano rinunciato a scrivere la storia, limitandosi ad interpretarla o giudicarla quando occorre, i referenti, nostro malgrado, devono essere fra gli altri il Parlamento Italiano e le Istituzioni Europee.

Se ieri pubblicavamo la svolta della Chiesa di Svezia sui matrimoni gay è solo perché qualche mese prima questo percorso è stato reso possibile dal Parlamento Svedese che li ha legalizzati. Se si arriverà ad un passo analogo in Germania è perché oggi la Corte Costituzionale tedesca ha emesso una sentenza destinata a incidere profondamente sull’intera società e dunque prima o poi, immagino, anche sulle ecclesiologie.

La storia ci insegna che spesso abbiamo sbagliato. Gesù è venuto a mostrarci i nostri errori e a correggerli per noi. Nei secoli le chiese si sono macchiate di misoginia, e per questo debbono chiedere scusa alle donne. Le chiese sono state razziste e si sono accorte che era un peccato. Le chiese sono state conquistatrici. Sono state antisemite. Sono state oscurantiste verso la scienza. Ed ogni volta, anche se con secoli di colpevole ritardo, hanno capito che sbagliavano, hanno chiesto scusa, ed hanno cercato di cambiare rotta.

Dare cittadinanza all’omosessualità pare essere l’ultimo baluardo, l’ultima trincea, l’ultimo paletto che non deve essere superato in nome della veridicità cristiana. Riconoscere l’amore tra due persone dello stesso sesso, tenere conto del fatto che SONO una FAMIGLIA sembra sconvolgere i benpensanti che temono la rovina di quella tradizionale, aggiungerei patriarcale. Ecco la fobia che li attanaglia e rende loro insonni le notti: per ogni coppia gay cui verrà riconosciuto come autentico il proprio amore, una famiglia etero divorzierà!

So che anche questa volta ci si accorgerà che si è trattato di un abnorme errore, che l’esclusione, l’emarginazione, la violenza dettati dall’omofobia sono peccati agli occhi di Dio, che ha creato l’uomo e la donna a sua immagine e somiglianza, chiamandoci all’amore reciproco. Perché, non dimentichiamolo mai: di AMORE stiamo parlando. Giudichiamo chi ama, non diamo cittadinanza a chi ama, ammettiamo la violenza verso persone che amano. Che paradosso… cristiano!

Che fra qualche decina o centinaio d’anni le chiese chiederanno scusa alle persone gay lesbiche bisessuali e transessuali non mi è di nessun conforto.

Io vivo l’oggi, vivo nel presente. Vivo in questa società, in questa comunità di fede. È con loro che mi relaziono. È a loro che chiedo, che esigo, il diritto alla vita. Perché quando si nega di essere ciò che si è, impedendo la piena realizzazione della persona, si nega di fatto la vita stessa.

Chiedo, come cittadino, alla società di essere laica e giusta. Ecco perché le nostre rassegne stampa non sono solo “ecclesiastiche” ma fotografano ciò che avviene nel mondo che ci circonda.

Ma al tempo stesso chiedo, come credente, alla comunità cui appartengo di essere profetica nell’auspicio che abbia finalmente il coraggio delle proprie parole, precorrendo nell’azione i tempi. Qualche volta mancano le citazioni bibliche, è vero, ma spesso il rischio è che il Dio dietro cui ci si trincera per sostenere le proprie tesi, anziché illuminarci faccia ombra al nostro cammino.

A questo punto non mi interessa chi arriverà prima: sarà comunque vergognosamente troppo tardi.

La mia speranza è che come cristiani e cristiane, avendone gli strumenti, si sappia mostrare una via differente. Altrimenti verrebbe da chiedersi quale possa essere il peculiare contributo che i/le credenti possono dare all’evoluzione di una Stato laico e civile.

*(segretario nazionale REFO – Rete Evangelica Fede e Omosessualità)

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