Il Davide di Coccioli, uno scrittore credente che non ebbe paura a dirsi gay


carlococciolidi Elena Stancanelli

Sogna, il vecchio Davide a un passo dalla fine, di volare sopra i monti della Giudea, il corpo di nuovo giovane, rigoroso, attraversato da una frenesia di piacere. “Potente di rifiorita potenza, sentivo crescermi tra le cosce la capacità e l’indicibile godimento di fecondare la terra”. Davide, il re d’Israele, padre di innumerevoli figli, amante di innumerevoli donne.
Un uomo che incessantemente cerca il suo Dio, amando sempre, col cuore e con il corpo. Così lo racconta Carlo Coccioli nel romanzo che, a distanza di trent’anni dalla prima uscita, l’editore Sironi ripubblica grazie all’appassionata ostinazione di un altro scrittore, Giulio Mozzi.

Dichiarazione di innamoramento si intitola la prefazione scritta da Mozzi per il libro. “Ho scoperto Coccioli” racconta “come quasi tutti gli scrittori della mia generazione: leggendo Un wee-end postmoderno di Pier Vittorio Tondelli.
Mi precipitai a comprare il poco che si riusciva a trovare, primo fra tutti un libretto, il Piccolo Karma, dal quale anche Tondelli era stato sedotto. Me ne innamorai.
Da allora, era il 1990, ho messo insieme quasi tutti i suoi libri, trovati sulle bancherelle in giro per il mondo. Solo Marco Coccioli, il nipote, e adesso curatore dell’opera di suo zio, ne ha più di me”.

Carlo Coccioli era nato a Livorno, nel 1920. Il padre, Attilio, è un sottotenente dei bersaglieri, la madre è Anna Duranti, livornese di famiglia ebraica. Cresce in Libia, poi si trasferisce con la famiglia a Fiume. Si laurea all’Orientale di Napoli e nel 1946 pubblica il primo romanzo, per Vallecchi, Il migliore e l’ultimo. Nel 1950 scappa a Parigi. Perché, come riporta Tondelli, non poteva sopportare il predominio di Moravia sulle lettere italiane, e non era disposto a rendere omaggio né a lui né a Piovene.

Scrive Il cielo e la terra, che diventa subito un grande successo tradotto in diciassette lingue. Nel ‘52 pubblica in Francia il libro della svolta, Fabrizio Lupo, storia d’amore omosessuale. Dovranno passare più di vent’anni prima che il libro arrivi in Italia.

Il tema, l’omosessualità, e il suicidio finale de due amanti, considerato un possibile pessimo esempio, spaventano gli editori. Ma attraggono invece Pasolini, che si ispirò al protagonista del romanzo di Coccioli per disegnare il misterioso ospite del film Teorema.978-88-518-0114-4

Soltando dopo Davide, finalista al premio Campiello (1976), l’editore Rusconi si azzarda a stampare Fabrizio Lupo, chiedendo una traduzione allo stesso Coccioli. In una recensione dell’epoca, Dario Bellezza attribuisce a questa bizzarra liturgia del travaso da una lingua all’altra alcune manchevolezze della scrittura. Ma di questa continua oscillazione si nutriranno sempre i libri di Coccioli, nel bene e nel male, e la sua vita.

Dopo lo scandalo seguito a Fabrizio Lupo, lo scrittore aveva lasciato l’Europa per l’America Latina. E a Città del Messico visse fino al 2003, accanto all’amatissimo Javier. Che adottò, non potendo sposarlo, per legalizzare la loro unione e farne il suo erede.

Coccioli ha scritto moltissimo e in molte lingue. “Era un grafomane” mi racconta ancora Giulio Mozzi “come tutti i mistici. Tutta la letteratura religiosa è una letteratura fluviale, una smisurata preghiera.

La scrittura diventa un quotidiano esercizio spirituale, ma anche un dono, che deve essere il più abbondante e il più ghiotto possibile. Al Dio del momento, che nella tortuosa avventura spirituale di Coccioli è stato Cristo, Buddha, Krishna, ma anche un cane, o i santi bevitori”.

Uomini in fuga, ristampato nel 2004 da Guerini e Associati, è un racconto-reportage sugli Alcolisti anonimi. Requiem per un cane, dedicato all’amato Fiorino, potrebbe essere il prossimo libero di Coccioli che uscirà per Sironi. Magari insieme a San Beniamino Cane, ancora mai tradotto in Italia.

“Coccioli” dice ancora Mozzi “non ha mai smesso di cercare Dio nelle cose, ma il suo Dio, chiunque fosse, era Dio carnale. Omosessualità, Dio e sesso. Non c’è niente di più temibile per la nostra tradizione, ma forse niente che ci riguardi di più. Lo sapeva bene Pasolini”.

Il romanzo Davide, osserva Mozzi, “mi ricorda moltissimo le Memorie di Adriano della Yourcenar. Per potenza espressiva e capacità di restituire la passione, la forza e l’inermità di un  grande uomo. E’ un libro che si pone nella linea del romanzo storico, ma è anche la biografia di un’anima, scritta con l’abilità e nella lingua ricchissima di uno scrittore magnifico. Le cui radici toscane forniscono il respiro della grande epica, nel ricordo delle narrazioni mandate a memoria, dalla Bibbia all’Iliade, come si usava prima, anche nelle campagne.

Perché in Davide lo scrittore non inventa una storia d’amore, ma svela quella già contenuta nel più grande libro mai scritto. “La Bibbia è un grande romanzo popolare”, continua Mozzi. “C’è guerra, sesso, potere, ci sono quei corpi che la nostra Chiesa vorrebbe nascondere, ed evitare. Anche questo è un buon motivo, mi sembra, per ripubblicare proprio adesso il romanzo di Coccioli”.

E poi ci sono tutti i suoi ammiratori, orfani delle sue opere. Che sono moltissimi, e diversi tra loro. Coccioli era un uomo vanitoso, logorroico, un tipo strano. Uno che alla domanda “che cosa stai facendo” poteva rispondere “sto cercando Dio”. Un balordo, forse. Ma indimenticabile.

“Ecco” mi spiega Mozzi “il motivo per cui amo tanto questo scrittore: è che sento in lui una santa stupidità, un approccio alla vita e alla lettratura innocente, creaturale. Che lo fa somigliare all’altra scrittrice religiosa della nostra storia letteraria del Novecento, la cui vita non fu meno appartata, la cui fama conobbe altrettanti inceppi: Anna Maria Ortese”.

Anche lei difficile da costringere in un canone, e così diversa dai suoi contemporanei. Scrittori che, secondo la definizione di Dario Bellezza, avevano troppo da dire.

“Si spiega così l’ostracismo a Coccioli” conclude Mozzi “contenutista efferato per abbondanza di sentimenti e di passioni travolgenti: sesso, politica, religione… Troppa grazia! Si spiegano così in quegli anni successi di scrittori dimenticati e attardatisi a rimasticare le briciole del neorealismo o che ancora imperversano, grondando di vittorinismo e pavesismo, come la Gizburg, che sanno sì tenere la penna in mano, ma non hanno mai avuto, al contrario, granché da dire”.

 

Carlo Coccioli è nato a Livorno nel 1920. Medaglia d’argento al valor militare per la sua partecipazione alla Resistenza, ha vissuto in Italia e in Francia e dal 1954 fino alla morte – avvenuta nel 2003 – a Città del Messico.
Scrittore poliglotta, autore di più di quaranta opere letterarie e saggistiche pubblicate in dodici lingue,Le sue opere sono da anni introvabili in libreria. Il romanzo Davide, pubblicato in Italia e in Francia nel 1976, fu premio selezione Campiello, tradotto in Spagna nel 1978 e in Polonia nel 1980.
Tra le altre opere di Carlo Coccioli: Il cielo e la terra (Vallecchi 1950), Fabrizio Lupo (Rusconi 1978; prima edizione francese, La Table Ronde 1952), L’erede di Montezuma (Vallecchi 1964; prima edizione francese, L’aigle Aztèque est tombé, Plon 1964), Documento 127 (Club degli Autori 1970), Requiem per un cane (Rusconi, 1977; prima edizione messicana, Fiorello, réquiem para un perro, Diana 1973), Piccolo Karma (Mondadori 1987).

Fonte: il Venerdì di Repubblica del 20 febbraio 2009

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