A che cosa serve una benedizione


antonelloannunciazionesaiofrancescanodi Eric Noffke, pastore

Viviamo in anni di revival del fervore religioso, perfino in Italia; ne è un segno evidente la sollecitazione che le nostre chiese ricevono ad intervenire nella vita delle persone con atti di benedizione; da una parte, infatti, arriva la richiesta di benedire le unioni omosessuali, dall’altra, in particolare dagli immigrati, si desidera che vengano benedetti case, persone o eventi. Questo genere di richieste, lo ammetto, mi suona molto strano; forse per la mia formazione valdese?

Ricordo che una volta ai colleghi di Pomaretto venne chiesto dal comune di intervenire con il prete alla benedizione di una nuova piazza. Ne parlammo tra pastori del circuito, più che altro con un senso di sorpresa per la “buffa” proposta e ci parve che non fosse proprio il caso di partecipare. Al contrario un pastore battista pensò bene di intervenire di sua iniziativa come volenteroso supplente. Dopo almeno dieci annida quel fatto, e dopo aver esercitato il mio ministero in posti molto diversi tra loro, continuo a guardare con un po’ di sospetto a questo “bisogno di benedizione”, pur rendendomi ben conto che esso nasconde un’esigenza a cui dobbiamo dare una risposta. I miei problemi nascono, principalmente, dal fatto che l’idea di benedire cose e persone, almeno nella maniera in cui oggi molti pensano sia opportuno, non è biblica, o almeno, non direttamente, e può, quindi, generare pericolosi fraintendimenti.

La benedizione, infatti, torna numerose volte soprattutto nel Pentateuco e nei Salmi, dove può essere rivolta in due direzioni: verso Dio o verso altre persone. Nel primo caso, benedire il Signore è praticamente un sinonimo di “lodare”, verbo con cui sovente appare in parallelo; quando si tratta di persone, invece, diventa più difficile capire esattamente che cosa significhi. Per capire il concetto, credo che si debba partire dal contesto del culto sacrificale: una volta celebrato il sacrificio, che fondamentalmente ha lo scopo di riconciliare l’essere umano con Dio, il sacerdote benedice i presenti.

Il potere di riconciliazione contenuto nel sacrificio passa, mediante la parola del sacerdote, nelle persone che la ricevono: essa rende efficace in loro il potere del sacrificio. Da qui il significato si amplia all’azione di Dio nei confronti della sua creazione: dopo aver fatto il cielo e la terra, e l’umanità in essi, Dio pronuncia una parola di benedizione, con la quale, in pratica, proclama che accompagnerà l’opera delle sue mani, preservandola dal male. Nel Deuteronomio, e nella letteratura profetica, la benedizione divina è vincolata all’osservanza della Legge: è la scelta per il bene o per il male a determinare la benedizione o la maledizione da parte di Dio.

Un concetto che, però, viene criticato sia da alcuni Salmi sia dallibro di Giobbe, dove si presenta il caso della sofferenza del giustoe della, almeno apparente, benedizione degli empi. Il NuovoTestamento non muta il senso del concetto. La problematicità dell’attuale richiesta di benedizioni, dunque, è implicita nelle sue fragili basi bibliche: non che sia di per sé negativa, il problema è che porta in sé alcuni rischi di fraintendimento. In senso positivo, l’atto di benedire ha il suo senso profondo nel suo rimandare al sacrificio di Cristo, compiuto una volta per tutte sulla croce.

La parola di benedizione è, dunque, una parola efficace che annuncia e porta la protezione di Dio. È quello che facciamo nel culto ogni domenica, e può essere riprodotto in piccolo nella dimensione domestica o del culto occasionale. Essa è un modo di annunciare la riconciliazione avvenuta in Cristo e dichiararne l’efficacia. È più forte di una semplice preghiera di intercessione, perché fondata sulla parola resa efficace da Cristo, proprio come avveniva al tempo del sacrificio nel Tempio. Il gesto di benedire può essere importante soprattutto in un ambito culturale in cui il mondo viene visto pieno delle insidie del tentatore: rendendo“visibile” il fatto della benedizione divina, implicito nella vita di ogni credente in virtù dello Spirito Santo, il gesto può rivestire un significato pastorale di edificazione e può pure servire a sottolineare l’approvazione e la presenza fortificante di Dio in momenti considerati cruciali nell’esistenza di una persona.

In quest’ottica, ad esempio, va letta la richiesta delle benedizioni di unioni omosessuali. L’elemento fondamentale e irrinunciabile, però, è comunque l’annuncio previo dell’evangelo: dev’essere chiaro che la preghiera di benedizione lì si fonda e non ha un valore in se stessa. Il rischio che vedo, infatti, è proprio quello di cadere in forme superstiziose, per cui il solo gesto o la sola parola offre una protezione speciale a chi li riceve. Il che, per di più, farebbe rientrare il sacerdozio ordinato dalla finestra. Se c’è, infatti, una parola in cui si rivela l’universalità del sacerdozio è proprio quella della benedizione, perché fondata in quel sacrificio unico e irripetibile di Cristo. Nell’esatto istante in cui si ritiene che la benedizione debba essere pronunciata dal pastore per essere efficace, ecco che lo trasformiamo in sacerdote.

La richiesta di “benedizioni” rivela, dunque, il bisogno di una traccia visibile e tangibile della presenza di Dio nella nostra vita, un bisogno di gestie segni che ci rassicurano dalle nostre paure, dalle nostre solitudini, confermando quell’amore, il cui annuncio a parole certe volte non sembra essere sufficiente. Un’esigenza a cui è necessario dare una risposta; le cui implicazioni, però, possono rischiare di farci perdere di vista i principi fondamentali della fede evangelica.

Fonte: Vita Interculturale, Bollettino Semestrale di collegamento per la pastorale multiculturale delle chiese evangeliche valdesi e metodistedel II distretto, gennaio 2009

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