Il caso della trans Brenda o della grammatica esistenziale


di Rosa Salamone*

Con notevole imbarazzo ho seguito la storia della trans Brenda e con notevole imbarazzo ne scrivo.
Dovrei dire che è la mancanza del più elementare rispetto nei confronti di Brenda e delle altre trans ciò che mi colpisce, e se non fosse perché in questa vicenda c’è poco da ridere, aggiungerei che è l’assoluta mancanza di grammatica esistenziale ciò che più mi avvelena l’anima.

Leggendo i giornali che miscuglio di lei, lui, il trans, la trans, l’amico del trans anche da parte delle firme più note del giornalismo, gente da cui proprio non ti aspetteresti un inciampo sul genere dei sostantivi e delle esistenze argomentate.

Ci vuole proprio tanto a capire che il pronome da usare è quello del sesso di destinazione, che Brenda è una donna, una lei, una ragazza, una vittima, una transessuale? E fosse solo questo, una direbbe, pazienza, bisogna aprire qualche corso di aggiornamento per i tanti giornalisti che ne scrivono.

Ma non è solo questo, no, purtroppo. E’ l’equazione transessuali uguale droga, sesso, cocaina, depravazione e chi ne ha più ne metta ciò che indigna.

Ma quante volte lo abbiamo visto applicato a noi omosessuali? E risalendo più indietro la china della storia quante volte il male è stato associato agli ebrei, ai neri, agli zingari, ai clandestini, alle donne, agli indigeni? Tutti depravati, tutti nella gola dell’inferno. Una mia amica trans mi diceva: ma chi vuoi che dia un lavoro a chi il giorno prima era un uomo e poi ti spunta come una donna di tutto punto e rifinita?

Non è che le tante transessuali scelgano il mondo della prostituzione, semplicemente o muori di fame e ti mangi i tuoi bei principi a colazione, o ti adatti.

Per non parlare di altro, basterebbe sentire ciò che dicono certe trans sul periodo di maggiore frequentazione da parte degli uomini per bene sul marciapiede delle trans: il natale. Proprio così, c’è la tredicesima e la moglie che sta con i bambini a casa a preparare l’albero.

Quante cose si possono apprendere in una serena discussione con una trans, tanto e molto sui gusti di certi uomini che rivendicano per sé la passività più totale, perché a casa hanno le loro donne con cui fare gli attivi.

Quanto potrebbero parlare certi appartamenti in assenza della moglie giù in vacanza, cosa non direbbero. E quanto i telefoni, i garage, le macchine.

Per tanto, sempre a proposito della puntualità grammaticale suggerirei di non dire che sono le trans a frequentare i marciapiedi, sono i loro clienti a farlo. Sono gli spiriti per bene a battere le strade, loro i frequentatori assidui, loro i visitatori casuali che vanno e vengono dalla propria anima.

E c’è pure chi con grande sacrifici riesce ad avere un lavoro senza necessità di prostituirsi, ma delle tante transessuali che ci riescono chi ne riferisce? Della tanta ipocrisia di cui si parla oggi a proposito di questa vicenda, non c’è pure questa?

Ecco, l’ipocrisia, l’ipocrisia si merita una pausa. Avessi sentito o letto un solo giornalista, uno solo dico, in questi giorni dire: certo che se ci fossero leggi a difesa delle trans nessun poliziotto potrebbe ricattarle.

Certo che se il nostro fosse un mondo diverso in cui la sessualità tra adulti non è uno scandalo, le trans non avrebbero bisogno di papponi, protettori, ruffiani e quant’altro. Invece una melma, una melma in cui tutti sono accomunati.

Poliziotti e trans, politici e ricattatori, clienti e giornalisti d’assalto. In un susseguirsi di lei e lui, in un viavai tormentato di generi che nessuno sa bene come collocare, femminile e maschile ribaltabili, donne in un articolo, uomini in un altro, povera Italia verrebbe da dire così confusa nella sua sessualità per rifiuto atavico di parlarne in modo civile, perché tabù, perché non si può, il sesso ai bambini non va spiegato, tutto di nascosto e tutto in gran segreto, mai poi soprattutto in gran silenzio.

In silenzio. Perché l’unica parola ammessa è quella su un mondo di uomini e donne eterosessuali, meglio se bianchi e cristiani. Ma invece no, non è mai stato così, mai. Il mondo reale è un’altra cosa: è la parola degli ipocriti che da sempre sogna e genera mostri.

E quando il mondo reale irrompe, famiglie ideali che ormai non esistono più, uomini piuttosto in crisi nel loro ruolo, donne per nulla disposte a pazientare aspettandoli a casa con la minestra sul tavolo, ecco la parola dei benpensanti che reagisce mettendo una grande lapide sul mondo, una lapide chiamata perversione.

*Gruppo Varco REFO di Milano, Vicepresidente REFO

Fonte: Gionata

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