Il sacramento del coming out, secondo Chris Glaser


Il testo seguente, liberamente tradotto da Rosa Salamone, è tratto da Coming out as sacrament di Chris Glaser*, pag. 1-17

Nella chiesa dei primi anni c’erano almeno 150 sacramenti, per esempio la lavanda dei piedi , ancora oggi praticata in alcune chiese, il cui scopo era affermare la natura sacra che ogni aspetto della nostra esistenza può assumere. Sette furono i sacramenti scelti dalla chiesa negli anni successivi, perché il numero sette simbolizzava la perfezione e pienezza. Qualunque sia il numero dei sacramenti celebrati, i cristiani concordano sul fatto che Dio è presente nel sacramento così come lo è nelle Scritture. Il culto include sia la parola che il sacramento, la parola scritta e interpretata (scrittura, sermone, predicazione, canzoni) sia la parola ritualizzata dei sacramenti (comunione e battesimo).

Un sacramento rituale, si potrebbe aggiungere, è un evento sensuale e spirituale, il quale ci ricorda che la spiritualità non può prescindere dal corpo. Il sacramento ci risveglia ad una qualità spirituale della vita in un modo tangibile e tattile. La vita della fede si esprime anche attraverso i rituali, così come la tradizione ci insegna, cioè attraverso azioni specifiche che ci coinvolgono in maniera somatica e corporale. La parola e il sacramento sono le due braccia aperte con cui Dio ci circonda e accoglie tutti, anche gay e lesbiche che invece hanno sperimentato i sacramenti come un abuso spirituale, un invito a nascondersi piuttosto che ad aprirsi al corpo di Cristo, la comunità. Un rito sacro nella tradizione religiosa è anche un modo di rivivere un evento nel quale il divino è stato rivelato ai nostri antenati, così comunicando la presenza della grazia divina nelle nostre difficoltà attuali.

Nella tradizione ebraica e cristiana, i riti sono i mezzi con i quali si rivive, si ricorda o si torna ad interpretare un evento che ci ha redento, un evento nel quale la presenza di Dio ci ha liberati e salvati. Gli ebrei celebrano la Pasqua per celebrare la liberazione dalla schiavitù d’Egitto, i cristiani celebrano la santa cena per commemorare la presenza salvifica di Gesù che ci ha liberati dalla legge, dal peccato e dalla morte. Un sacramento manifesta la grazia invisibile di Dio, rappresentando quindi un espressione oggettiva dell’amore incondizionato di Dio, ma anche un’esperienza soggettiva di quell’amore a tutti coloro che partecipano e credono in quei riti. Il sacramento, però, non rappresenta solo un evento passato o la grazia divina nel presente. Serve anche a ricordare la piena venuta del Regno di Dio nelle nostre vite, anticipandone il futuro. Per esempio, con il segno della pace raramente rappresentiamo una realtà già compiuta, quella di una chiesa in comunione d’amore, ma ci ricorda che il nostro perdono reciproco è necessario per la realizzazione del regno di Dio.

Passato, presente e futuro sono quindi presenti nella celebrazione del sacramento. Ci sono altri eventi che possono trasformarsi in sacramenti. Durante un culto nel 1986 assistetti ad una rappresentazione commovente sull’apartheid in Sudafrica. Durante il suo svolgimento mi sedetti a pensare e considerai quanto i funerali fossero diventati dei sacramenti per i neri del Sudafrica durante l’epoca dell’apartheid . Durante il regime segregazionista, infatti, le loro assemblee erano proibite. Così i funerali di coloro che erano stati uccisi da martiri per la causa della liberazione divennero l’opportunità di radunare le persone delle loro comunità, dando così un senso di vittoria anticipata nelle nebbie della presente sconfitta.

Durante il culto considerai altri sacramenti non convenzionali: spiritual, canzoni gospel, jazz e danza che erano serviti sicuramente come rivelazione del sacro alle anime di molti neri. La marce per i civil rights, anche quelle erano servite come eventi sacri, rivelando la presenza del divino nelle minoranze. Il genocidio degli ebrei durante l’epoca nazista, subito battezzato con il nome di Olocausto, cioè sacrificio, aveva per esempio attribuito un significato sacro alla morte di ciascun ebreo. Alla luce di tutto questo cominciai a pensare quale poteva essere il sacramento specifico di gay e lesbiche. Forse la sessualità? O la creatività con cui molti di noi avevano contribuito allo sviluppo delle arti umane? Forse i funerali con cui commemoravamo, come i neri del Sudafrica, i nostri morti per Aids? Chissà le ordinazioni di pastori e pastore omosessuali?

Fu Pat Hoffman, una mia cara amica, durante il nostro studio biblico del giovedì che mi aiutò. Quella sera mi disse che era rimasta colpita dall’incontro e che forse il sacramento degli omosessuali era la “ capacità di lasciare vedere all’altro la propria vulnerabilità”, ossia l’esperienza della vera comunione in cui offrivamo il nostro vero io. Così come Gesù aveva offerto se stesso nella sua più completa vulnerabilità così anche noi offrivamo noi stessi, nonostante i rischi. Essere aperti e vulnerabili poteva essere interpretato come una forma di debolezza, ma in realtà dimostrava la nostra forza. Qualche anno più tardi, rivendendo un sermone in cui avevo utilizzato le idee che mi aveva ispirato la mia amica, riuscii a compiere un ulteriore passaggio logico: era il coming out il nostro sacramento specifico, un rito di vulnerabilità che rivela il sacro nelle nostre vite, la nostra dignità, l’amore, la capacità di creare amore, il nostro essere comunità, il nostro senso e il nostro Dio.

Il coming out non solo è un sacramento che può essere condiviso con il resto della comunità ma al contempo richiede la fede di coloro che ne sono beneficiari. Proprio come la natura sacra di un sacramento non può essere imposta a nessuno che non creda nella sua efficacia, il coming out richiede cooperazione e fede nei suoi effetti. Questo è vero non solo per chi fa coming out ma anche per gli altri partecipanti: un sacramento comunica il sacro ed una effettiva comunicazione implica un dare e un ricevere. Come tutti i sacramenti non tutti condividono lo stesso livello di fede. A proposito della santa cena, l’apostolo Paolo dichiarò: chiunque mangi di questo pane e beva di questo vino in modo indegno sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore (1 corinzi 11:27).

Qualche linea più in là egli spiega il significato di “ indegno”, nel senso di “senza discernere il corpo”, cioè la comunità e la nostra relazione con gli altri. Noi possiamo dunque dire che coloro che non accolgono il coming out di un’altra persona, lo ricevono in modo indegno, senza discernere il dono sacro o la sacra parentela con la persona che offre se stesso o se stessa, un rifiuto che è causa di dolore. Il coming out inoltre promette una nuova vita e nuove relazioni proprio come fanno molti altri sacramenti.

Il Lazarus Project che io dirigo si ispira proprio alla figura di Lazzaro che Gesù richiamò alla vita dal sepolcro. Gesù era mosso dal profondo amore per il suo amico, dall’affetto e dalle fede delle sorelle di lui, Marta e Maria, così turbate nel loro spirito da scoppiare in lacrime. Gesù chiamò i vicini di Lazzaro per togliere la pietra dal sepolcro e rimuovere le bende del suo sudario, poi gli ordinò di “ venire fuori”. Lazzaro così sperimentò una rinascita di vita e una rinascita delle sue relazioni con sorelle ed amici, come anche una comunione rinnovata con Gesù. Nel suo significato migliore e più profondo il coming out significa infatti una nuova vita, nuove relazioni, l’inizio di una nuova comunità e un’accresciuta intimità con Dio. Come con altri sacramenti il coming out non è un singolo evento, ma un sacramento che richiede ripetizione, come la comunione, o la confermazione, come il battesimo.

Il coming out è un processo che dura tutta la vita, non soltanto perché ci sono sempre nuove vite a cui rivelare il sacro della nostra esistenza, ma anche perché superare tutti gli ostacoli che impediscono di celebrare la nostra “ santità” comporta anni. Il nostro personale coming out, nel contempo, invita anche gli altri a rivelare se stessi nella propria autenticità, a rischiare l’apertura all’intimità. Il coming out ha strette somiglianze con gli altri sette sacramenti della tradizione cristiana: il battesimo, la riconciliazione o confessione dei peccati, la confermazione o cresima, l’unzione dei malati o estrema unzione, la consacrazione, il matrimonio, la santa cena. Questi sette sacramenti sono riconducibili a loro volta a tre categorie: l’iniziazione (battesimo, confermazione, comunione) la vocazione e la chiamata (ordinazione e matrimonio), la santificazione e riconciliazione (l’unzione degli infermi, la confessione).

Il coming out condivide con il battesimo il fatto che noi moriamo alla vecchia vita per rinascere ad una nuova. Noi siamo innalzati ad una vita di maggiore integrità. Integrità personale, perché ci pone in armonia con ciò che siamo, diciamo, crediamo, pensiamo, sentiamo e agiamo, integrità spirituale perché armonizza la nostra personale integrità con l’integrità di Dio, allineando la nostra volontà con la sua e comprendendola. Il coming out è anche una riconciliazione, nel momento in cui ci pentiamo del nostro essere velati e della miriade di aspetti peccaminosi che spesso l’accompagnano ( che possono includere il rifiuto del dono di Dio della sessualità , la pratica di una condotta ipocrita o lo sfruttamento sessuale). Esso comporta anche un atto di penitenza nel momento in cui accettiamo il dono di Dio della nostra sessualità, comportandoci in modo onesto e ristabilendo una corretta relazione con gli altri.

Il coming out chiama anche le persone a pentirsi della loro omofobia. Non nascondere la nostra luce rappresenta un cammino di redenzione anche per il prossimo nella misura in cui lo riconciliamo con noi. Il coming out è anche un segno di confermazione e affermazione del nostro essere LGBTQ e cittadini a pieno titolo nella comunità di Dio. Serve come personale assenso a qualcosa che Dio ha fatto prima ancora che noi nascessimo, così come dice il salmista “ Sei Tu che mi hai intessuto nel seno di mia madre” (Salmo 139: 13 b). Il coming out non risolve tutte le nostre risposte sul perché siamo omosessuali né dissipa tutti i dubbi sulla nostra dignità, non più di quanto lo faccia lo confermazione con le domande e i dubbi di altri fedeli.

Il coming out però ci santifica, proprio come accade con l’unzione dei malati e può guarire gli altri dal loro etero sessismo. Ha a che vedere anche con la consacrazione di un servizio a Dio. Molti di noi hanno sentito la chiamata di Dio a rendergli servizio o cercando la sua giustizia come volontari. Molte pastore lesbiche e pastori gay, lavoratori sociali, terapeuti, dottori e maestri mi hanno detto che la presa di coscienza della loro emarginazione li ha guidati ad aiutare la gente. Il coming out è strettamente relazionato anche con il matrimonio, perché entrambi servono come veicolo sacramentale per il divino, perché il coming out rende possibile le relazioni, di qualunque genere, come il matrimonio attraverso l’unione reciproca condivisa di due amanti che si promettono il loro futuro amore così come l’amore presente.

*attivista della chiesa presbiteriana, consacrato nella Metropolitan Community Church, dopo essere cresciuto nella chiesa battista

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