La situazione omosessuale nell’ex blocco sovietico


L’Est non ammette eccezioni: l’omosessualità è un taboo

Sono passati vent’anni, da poco festeggiati, dalla caduta di quella Cortina di Ferro che divideva in due Berlino e con lei l’Europa intera. Ad oggi nella cosiddetta Europa dell’Est l’omosessualità rimane una questione problematica e la lotta per l’eguaglianza dei diritti assume spesso i toni di uno scontro acceso. Gli insulti verbali e la violenza fisica rendono la situazione dell’Est tristemente uniforme: dal Baltico ai Balcani, l’omosessualità rimane un taboo nonostante la cessazione dei regimi comunisti e della conseguente decriminalizzazione delle relazioni tra persone dello stesso sesso.

Il caso Lituania
“L’omofobia si sta prendendo una nuova rivincita. Sta diventando istituzionalizzata”: è questo il commento di Vladimir Simonko a capo dell’associazione omosessuale Gay League nello stato baltico della Lituania. L’ex repubblica socialista sovietica è stata al centro dell’attenzione (omosessuale ma non solo) internazionale nel luglio scorso quando il parlamento a maggioranza conservatrice ha approvato una legge controversa in termini di diritti. La legge, a meno che il presidente Dalia Grybauskaite non la revochi, è destinata ad entrare in vigore nel marzo 2010.

Vediamo un po’ di partire da qui per indagare a fondo la situazione lituana e non solo. La nuova legge di cui abbiamo accennato renderebbe obbligatoria la condanna di ogni propaganda favorevole dell’omosessualità: parlare in una luce positiva della relazione tra due uomini o due donne potrebbe infatti, dicono i legislatori, influenzare la salute mentale e fisica oltre che la crescita intellettuale e morale dei giovani. È meglio che non sappiano, per il loro bene, di cosa si tratta.

Simonko avverte: “nel momento in cui una legge omofoba viene approvata, nessuno può essere certo che un gruppo di persone che odia gli omosessuali non veda questo come il segnale di una luce verde per muoversi contro di noi”. Dal 1993 in Lituania le relazioni tra persone dello stesso sesso non sono più un crimine, due anni dopo lo stato avrebbe poi vinto la propria indipendenza dall’Unione Sovietica, la quale vietava l’omosessualità.

Nonostante l’allontanamento dalla Madre Russia, rimane forte la voce di coloro che si oppongono ai diritti omosessuali. I sondaggi parlano chiaro: la maggior parte dei lituani, la cui popolazione si aggira intorno ai 3 milioni a maggioranza Romano Cattolica, considera l’omosessualità una perversione. La Lituania è parte dell’Unione Europea dal 2004, ma alcuni eventi dell’Europa sembra averli più volte bellamente ignorati: facciamo riferimento ad esempio a tutte le occasioni in cui si parlava di lotta alla discriminazione, arrivando a vietare tra il 2007 ed il 2008 ogni forma di incontro pubblico per quanto riguarda gli omosessuali.

I vicini: Polonia, Lettonia, Serbia e ovviamente Russia
Se il “caso Lituania” appare tristemente grave, non siamo di certo di fronte ad una realtà isolata. L’ex repubblica sovietica sembra infatti essere in ottima compagnia. Partiamo dalla Polonia: nel 2004 e nel 2005 la Corte Europea per i Diritti Umani ha condannato Lech Kaczynski, sindaco di Varsavia, per aver impedito il corteo dell’orgoglio omosessuale. Volete sapere cosa fa oggi Lech Kaczynski?
Ma ovviamente è il presidente del paese, che domande.

Dalla Polonia, passiamo alla vicina Lettonia. Il primo Gay Pride della capitale lettone, Riga, è stato caratterizzato da pesanti proteste degenerate in scontri violenti. Questo successe nel 2005. L’anno seguente la città decise di impedire qualsiasi forma di evento pubblico merito anche dell’opposizione congiunta degli ultranazionalisti e dei gruppi cattolici. Fortunatamente le parate del 2007, 2008 e 2009 sono trascorse senza problemi anche grazie ad un ingente dispiegamento di forze dell’ordine a difesa dei manifestanti.

Proprio l’alto rischio di violenza ha fatto sì che gli organizzatori serbi rinunciassero al Gay Pride previsto per il mese di settembre nella capitale Belgrado. Nel 2001, la prima manifestazione cittadina omosessuale ottenne l’animata accoglienza dei gruppi ultranazionalisti, degli skinhead e di qualche tifoso di calcio decisamente sfegatato. Anche qui non manca la Chiesa Ortodossa che, a parere dell’attivista Boris Milicevic, esercita “la maggiore influenza nei confronti dell’opinione pubblica”.

“Il problema omofobia esiste” ha spiegato il portavoce dell’Alleanza Omosessuali – Eterosessuali in Serbia “ma il linguaggio non è l’unico problema. In Serbia non esistono crimini d’odio, tantomeno quando si parla di omofobia”. Concludendo la carrellata delle amministrazioni omofobe nell’Est Europa non può mancare Yury Luzhkov, sindaco di Mosca, noto per la propria omofobia e per aver parlato della “satanica” omosessualità come di “un’arma di distruzione di massa” pensata dagli Occidentali per distruggere la Russia. Dal canto suo Luzhkov si è premurato di impedire ogni evento vietando ogni manifestazione pubblica che avesse a che fare con l’omosessualità.

Il fronte legale: spunta un’eccezione
Sul fronte legale, la questione non è molto migliore. Nel 2006 la Lettonia è corsa ai ripari contro ogni possibile riconoscimento delle relazioni tra persone dello stesso sesso modificando ad hoc la
costituzione ribadendo come il matrimonio sia “un’unione tra un uomo ed una donna”. In Polonia invece i sondaggi parlano chiaro: due terzi degli intervistati ha parlato a sfavore di qualsiasi forma di unione legale tra omosessuali.

L’unica eccezione degna di nota è la Repubblica Ceca. Dal 2006 a Praga e dintorni esiste un registro dove le coppie omosessuali possono registrarsi. Ad oggi sono oltre ottocento le coppie che hanno fatto questa scelta. Un’eccezione di rilievo in un blocco, quello ex sovietico, che ancora presenta gravi problemi in fatto di uguaglianza.

Sono solo diciotto su ventisette gli stati membri che garantiscono pari diritti a gay e lesbiche in materia di impiego, residenza, accesso ai servizi e all’aiuto sociale. Purtroppo la maggior parte degli Stati europei che fanno eccezione, si trovano ad est. Gabor Szetey, il primo politico apertamente omosessuale in Ungheria, rappresenta un’eccezione nel panorama: attaccato durante il Gay Pride di Budapest nel 2008 svetta in una classe politica che, anche per antipatia nei confronti dei colleghi occidentali, preferisce evitare di uscire allo scoperto, in una situazione di certo non favorevole al coming out. (A. B.)

Fonte: ladomenicagay

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