Scambiato per gay: ammazzato


di Delia Vaccarello
da “1, 2, 3 liberi tutti“, de l’Unità

L’America della fortuna, l’America della morte. Jose Sucuzhanay, 31 anni, era arrivato dall’Ecuador a New York dieci anni fa, aveva lavorato in un ristorante, per poi mettere su un’agenzia immobiliare. Anni di fatiche senza respiro, poi ce l’aveva fatta. Il fratello Romel di 38 anni aveva messo da parte i soldi per andarlo a trovare. Non vedeva l’ora. L’abbraccio tra i due meritava un festeggiamento.

La comunità si riunisce in una chiesa frequentata da Josè, la St. Brigid’s Roman Catholic Church di Bushwick, un quartiere che ospita molti ecuadoregni. Poi si va tutti al ristorante, e per finire al “La Vega”, un bar molto frequentato a pochi isolati dalla casa di Jose. Sono le 3.30 di domenica 14 dicembre. Jose e Romel tornano a casa a piedi, fa freddo, ma loro sono accaldati e indossano una t-shirt. Portano il giubbotto sulle spalle, uno dei due è appoggiato all’altro: un’immagine consueta tra i latino-americani. Arrivano all’incrocio. Una macchina si catapulta a un fiato da loro. Ne escono tre uomini. Gridano insulti contro gli omosessuali e i latino americani. Urlano l’odio. Uno di loro aggredisce Jose e gli fracassa una bottiglia di birra sulla nuca. Romel prova a reagire ma vede un secondo uomo assalire il fratello con una mazza da baseball di alluminio. Lo colpisce sulla testa, sulla schiena, lo massacra. Lui è a terra, non si muove. Cinque chiamate arrivano al centralino del 911 (il nostro 112), l’ora è tarda ma il fracasso è pazzesco, Romel ha il cellulare ma non conosce il numero, a chiamare sono i vicini.

Un signore anziano e sua moglie descrivono la scena agghiacciati: “Abbiamo sentito urla feroci, abbiamo visto gente correre e dopo l’attacco uno degli aggressori spingere gli altri sul suv, mentre un uomo restava a terra, incapace di muoversi”.

Le sirene della polizia risuonano nel buio, gli aggressori – uomini di colore diranno gli agenti – montano sul loro suv honda color arancione e sfrecciano via.

Josè viene portato in ospedale, è in prognosi riservata, lo operano. Ha fratture multiple alla colonna vertebrale, e danni estesi al cervello. Lo hanno colpito alla testa, alla spina dorsale, come se un gay latino americano (quale era Jose nella fantasia degli assassini) non dovesse permettersi il lusso di avere né testa, né anima, né una vita tutta per sé.

Josè è in coma. Muore.

La madre è in viaggio dall’Africa, ma arriva ventiquattro ore dopo. La ragazza di Josè. Amada, lo aveva raggiunto dall’Ecuador sei mesi prima. Con il suo lavoro era diventato un punto di riferimento per molti dei suoi cari. Una speranza. I familiari descrivono Josè come un uomo gentile e generoso padre di due ragazzi che vivono in Ecuador con i nonni. Con lui, invece, abitava Diego, un altro fratello, e la sorella. “Non si stancava mai di faticare e di aiutare tutti noi e la comunità”, ha dichiarato Diego, straziato. . Una folla di cittadini si è riunita in veglia, i cartelli esibiti denunciavano l’aggressività e i crimini nei confronti dei gay e degli ispanici come una conseguenza inevitabile visto l’odio diffuso per i “diversi”. Chi deplorava l’accaduto, usava parole forti contro il crimine perpetuato per “errore”.

L’America è scossa. Josè era eterosessuale. Ma il suo nome si aggiunge alla lunga lista delle persone morte a causa dell’omofobia.

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