Varcando…


Intervento di Rosa Salamone al I Forum di gay e lesbiche credenti di Albano Laziale, marzo 2010

Sono Rosa Salamone, sono valdese da dieci anni dopo essere stata una fedele cattolica per alcuni anni della mia vita. Sono la coordinatrice del gruppo VARCO di Milano, gruppo di Valorizzazione e Riconoscimento della Comunità Omosessuale. Ne sono una delle fondatrici. IL VARCO è un gruppo di omosessuali, di etero, di lesbiche e bisessuali, vi sono battisti, valdesi, veterocattolici o semplicemente persone interessate al discorso religioso senza denominazioni particolari. Di solito siamo tra le dieci e le quindici persone ad ogni riunione. Il VARCO è una realtà ben radicata all’interno delle nostre chiese, è una struttura riconosciuta e nata all’interno dell’assemblea circuitale lombardo piemontese, come tale ha avanzato quest’anno richiesta di finanziamento alla Diaconia, pertanto se i nostri progetti vengono approvati saremo concretamente finanziati dai fondi dell’otto per mille. Questo aspetto tengo a sottolinearlo perché non si capirebbe come interagiamo con le nostre comunità né si capirebbero aspetti del mio cammino personale. Non siamo solo un gruppo di amici ed amiche che si riuniscono tra di loro che commentano le letture e che pregano, siamo un organo della chiesa valdese, come tale annualmente riceviamo richieste di convegni, conferenze, riunioni, manifestazioni, articoli, elaborati e incontri di preghiere che a volte è davvero difficile smistare. E’ la stessa comunità, dunque, che spinge a rivelarci senza nascondimenti, che ci aiuta a vivere in piena autenticità il nostro orientamento.

Molte comunità ci chiedono di visitarle per parlare di noi, sarà un nostro membro che è stato invitato a predicare al culto di maggio in occasione della Giornata Mondiale contro l’omofobia. E’stato così quindi a poco a poco che io ho fatto coming out pubblico, perché ho dovuto rappresentare il Varco in modo ufficiale e perché la mia comunità mi ha sostenuto in questo compito. Non è precisamente un caso, aggiungo, che sia una donna a coordinare il Varco. Un aspetto che salta immediatamente agli occhi nelle nostre comunità è infatti la forte presenza delle donne che svolgono ruoli di non secondaria importanza: sono diacone, presidentesse di circuito, rappresentanti sinodali, teologhe e pastore. La presenza delle donne all’interno di una chiesa non va certo sottovalutato, essa da una parte rappresenta un segno tangibile di una concreta parità di diritti tra uomini e donne raggiunta all’interno delle comunità riformate, ma è anche fonte rinnovatrice e feconda di nuovi approcci e canali con la realtà, non ultima quella che viene chiamata la teologia femminista, che non è solo e banalmente la teologia scritta e pensata dalle donne, è la teologia di coloro che per secoli sono state condannate al silenzio e tenute in uno stato di emarginazione. Vorrei soffermarmi su questo aspetto, anche se può sembrare un po’ fuori d’argomento, perché è attraverso la teologia femminista che ho riscoperto me stessa come “ esclusa” e come tale, contrariamente a ciò che pensano gli uomini, preziosa agli occhi di Dio. Come gruppo Varco invitiamo spesso delle pastore ai nostri incontri ed è stata una pastora la responsabile del nostro gruppo durante questi quattro anni, la pastora tedesca Anne Zell, a cui devo molte delle riflessioni particolarmente attente verso tutte quelle condizioni di esclusione e pregiudizio in cui vivono molti dei personaggi della Bibbia. Le nostre pastore ci hanno insegnato quali conseguenze nefaste ha avuto la morale patriarcale della Bibbia nei confronti dell’alterità, dell’altra e dell’altro in generale tenuto in uno stato di minorità. La morale patriarcale è responsabile di un sistema sociale binario dove l’altro, escluso dal mondo dell’IO, si riveste di tutti quei vizi e quei difetti che l’essere maschile etero orientato non possiede.

Questo tipo di teologia ha pertanto un’attenzione particolare e uno sguardo privilegiato verso tutte le minoranze escluse e stigmatizzate dalla morale patriarcale e sull’omosessualità in particolare. Sono state queste donne che hanno conosciuto sulla loro pelle cosa vuol dire essere discriminate che si sono schierate apertamente in favore della comunità LGBTQ tramite documenti e prese di posizioni ufficiali nelle nostre comunità. Ma il mio incontro con queste donne straordinarie non si è limitato solo a questo, perché ascoltandole predicare, parlare, intervenire ho imparato l’esistenza di un altro tipo di linguaggio. Poiché la teologia femminista si rifiuta di dividere il mondo in due parti separate da una profonda frattura, il suo linguaggio non può che essere di genere e inclusivo, un linguaggio che declina al maschile e femminile la natura divina, così attento alle due componenti dell’umanità e della femminità. Stando così le cose il linguaggio femminista inclusivo non può che sfociare nel linguaggio non violento, cioè in quel linguaggio che non usa mai parole come i valori cristiani e i valori non cristiani, peccatori non peccatori, bianco e nero. Il linguaggio inclusivo non violento non separa mai il mondo in buoni e cattivi. Ho dovuto faticare un po’ per liberarmi dal mio precedente linguaggio da crociata, noi/loro, chi sta dentro la chiesa e chi fuori, i giusti e gli sbagliati, coloro che sono in giusto rapporto con Dio e chi no. Potrebbe sembrare un discorso da accademia, ma la mia esperienza personale dimostra che non lo è. Ogni atto linguistico ha delle conseguenze ben precise sulla realtà. Parlando ho imparato ad apprendere che ciò che io contratto con tante persone profondamente segnate dall’omofobia non è tanto la mia presenza lesbica nel mondo ma il messaggio evangelico dal quale non deve mai distogliere lo sguardo. Pertanto ho appreso che il fine della comunicazione non è avere ragione, ma avere senso e significato in due. Per tanto ciò che importa nella realtà non è che il mio principio prevalga sul tuo ma che si trovi un modo di fare coesistere le mie idee con quelle degli altri.

Il Varco, però, ha spesso realizzato incontri con la comunità di base di Don Franco Barbero. Penso che tutti conoscano la personalità di questo uomo straordinario, il quale mi ha aiutato nel mio caso personale a recuperare le mie origini latinoamericane. La prima volta che lo conobbi fu in occasione di un incontro nella sua comunità dove mi invitò a parlare di Chàvez e del Venezuela. Ero molto imbarazzata. Temevo di deluderlo. Parlare della realtà latinoamericana a degli occidentali non sempre precisamente è una felice idea. Si rischia di giudicare con occhi europei realtà lontanissime da noi. Invece, trovai una persona che capiva benissimo ciò che dicevo, che intendeva perfettamente la realtà latinoamericana grazie alla Teologia della Liberazione. Ecco, oggi io non posso più a fare a meno di questi tre strumenti fondamentali che mi hanno insegnato una maniera più ricca e completa di avvicinarmi al vangelo ma che hanno anche ricomposto la mia precedente frattura tra fede e omosessualità: la corrente teologica femminista, il linguaggio non violento, la Teologia della Liberazione. Quest’ultima è un dono che mi hanno fatto i miei amici e le mie amiche cattoliche per cui non li ringrazierò mai abbastanza. La Teologia della Liberazione fonda la sua misura evangelica non sull’ortodossia, ma sull’ortoprassi. Cristiano, pertanto, è chi si comporta come Gesù si comportò, non la persona che si esprime coerentemente ad una dottrina. Per me questa affermazione è liberatoria. Mi ha riportato al Gesù storico che avevo perduto sommerso dai dogmi, dalle dottrine, da secoli di falsa catechesi. E ho riscoperto la sua bellezza che non consiste nel fare complicati discorsi teologici su cosa è l’amore, ma nel mostrarlo concretamente tramite le sue azioni. A Gesù non importano le apparenze, interessano i fatti. E’ pertanto un atteggiamento errato chiedersi cosa dice la Bibbia o il vangelo a proposito di questa o tal altra questione che accendono dispute negli animi di oggi, perché ciò che Gesù chiede è di seguirlo nell’esempio: consolando gli afflitti, curando i malati, accogliendo gli stranieri, difendendo i poveri, preferendo subire violenza piuttosto che infliggerla, esaltando la dignità d’ogni disprezzato. Si tratta di una pietra di paragone su cui cadono in molti e che riporta gli scribi e i farisei della nostra epoca con i piedi per terra quando ci vogliono irretire con discorsi del tipo: è legittimo o no lapidare un omosessuale così come dice la legge di Mosè? Se dunque la teologia femminista mi ha re-insegnato che Dio sta dalla parte degli esclusi, e delle escluse in particolare, la corrente teologica della Liberazione mi ha educato a capire che sono proprio gli esclusi il luogo teologico privilegiato di Dio, così come dice il famoso teologo Jon Sobrino, perché è tra i disprezzati e i perseguitati che Dio si manifesta e rivela parte della sua natura. In termini concreti questo vuol dire che non solo sono amata da Dio, ma che è proprio l’esistenza di milioni di omosessuali e lesbiche a dirci qualcosa su di Lei/Lui, a manifestare un aspetto del suo Essere multiforme. Questo Padre/Madre è un Dio che ama la fantasia, la molteplicità, la varietà, che ha espresso questo suo amore ricco e abbondante creando una natura popolata dai pesci e dagli uccelli più multicolori, soffiando il suo alito sui popoli e le culture più svariate, manifestando la sua esistenza tra uomini e donne con orientamenti sessuali diversi, come se non gli bastasse un solo modo di esprimere l’amore.

Per questo non posso che terminare spendendo una parola sull’ecumenismo. Vedete il Varco mi ha fatto varcare i luoghi e le persone più diverse. Mi ha messo in cammino. Non nascondo che mi capita di sovente di essere criticata da pochi amici valdesi perché frequento i cattolici, da alcuni cattolici perché do confidenza agli amici delle comunità di base, dai battisti perché mi accompagno con quegli estremisti dei veterocattolici. E così via, la lista sarebbe infinita. Forse noi tutti siamo isole, come disse il poeta John Donne, ma sicuramente siamo isole battute da ogni vento. Che per noi cristiani è il vento dello Spirito Santo, del quale non possiamo mai dire da dove viene né dove va. La nostra vocazione non è mostrare l’errore dell’altro ma predicare e seguire il vangelo insieme. Non possiamo arrivare alla meta l’uno senza l’altro. Non esistono chiese migliori o peggiori di altre, esiste il vangelo e l’esempio di Gesù. E a Dio dovremmo essere grati per renderci un segno tangibile della sua abbondanza, testimonianza concreta che l’amore è infinito come infinite le sue maniere di esprimersi.

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