Coppie gay e lesbo: una lezione di… diritto canonico


di Renato Maiocchi. Tratto da Riforma

Nel pur ampio dibattito che c’è stato e certamente ancora ci sarà intorno all’unione di due persone dello stesso sesso mi permetto di aggiungere un’ulteriore considerazione, che mi viene suggerita – sorpresa! – dal diritto canonico, cioè dall’ordinamento giuridico- dottrinale della Chiesa cattolica. In passato, sulla scia di una tradizione plurisecolare, nel determinare i fini obbligatori del matrimonio il Codice canonico ne indicava tre, di cui uno principale, il bonum prolis (il fine della procreazione) e due secondari, il mutuum adiutorium (il sostegno reciproco) e il remedium concupiscientiae (antidoto contro la concupiscenza). Già questo approccio tradizionale, a mio parere, offriva un appiglio alle considerazioni che seguono, ma nel frattempo, grazie al Concilio Vaticano II ma anche a tutta un’elaborazione successiva, il nuovo Codice di Diritto canonico, promulgato nel 1983, ha introdotto, con il canone 1057, significative novità.

Intanto, è scomparso il remedium concupiscientiae, retaggio di un’interpretazione di una parola dell’apostolo Paolo («meglio sposarsi che ardere ») estrapolata dal clima di imminente attesa della parusia in cui fu scritta; inoltre, i fini sono ora soltanto due, con pari dignità, cioè senza più distinzione fra fine primario e fine secondario: bonum prolis e bonum coniugum. Il Codice non fornisce una definizione di questo secondo fine, il bene dei coniugi, ma su una cosa gli studiosi sembrano concordi: si tratta di un concetto molto più ampio del precedente «aiuto reciproco», e segnala una progressiva attenuazione della concezione quasi esclusivamente centrata sull’obbligo della procreazione in favore di una maggiore valorizzazione dell’amore coniugale. A conforto di questa tesi si citano documenti ufficiali come la Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel Mondo Moderno, la quale descrive l’amore coniugale come un amore «eminentemente umano, essendo diretto da persona a persona con un sentimento che nasce dalla volontà; abbraccia il bene di tutta la persona, e perciò ha la possibilità di arricchire di particolare dignità i sentimenti dell’animo (…) e di nobilitarli come elementi e segni speciali dell’amicizia coniugale (…) conduce gli sposi al libero e mutuo dono di se stessi, provato da sentimenti e gesti di tenerezza, e pervade tutta quanta la vita dei coniugi». La Costituzione sottolinea pure «l’uguale dignità personale sia dell’uomo che della donna », affermando che «deve essere riconosciuta nel mutuo e pieno amore» (1)

Da qui la mia sommessa considerazione. Se i due fini del matrimonio, la procreazione e l’amore coniugale sono entrambi indispensabili affinché il matrimonio stesso sia valido, perché la Chiesa cattolica non ha mai ostacolato il matrimonio di nubendi ultraottantenni, per i quali, quantomeno per la donna, la possibilità di procreare è, a viste umane, preclusa? Evidentemente in questo caso il bonum coniugum, l’amore coniugale con tutto il suo significato, è pienamente sufficiente a dare sostanza e legittimità al matrimonio. E per chi obbiettasse che qui l’assenza del bonum prolis è probabile ma non del tutto esclusa c’è anche un caso in cui viene espressamente prevista: mentre l’impotenza di uno dei coniugi (se antecedente al matrimonio) è causa di nullità (canone 1084, § 1), la sterilità della donna non lo è mai (canone 1084, § 3). Dunque, il bonum prolis può legittimamente mancare, e il bonum coniugum assurge a fine unico fondante di una piena ed autentica unione matrimoniale. Ora, si potrà essere implacabilmente contrari all’unione di due persone dello stesso sesso per altre ragioni, ma non si può negare che il bonum coniugum, così inteso, possa essere da esse pienamente perseguito.

 Questo non vuol dire confondere le due situazioni, matrimonio e coppia omosessuale, né volerle forzatamente assimilare: ciò che conta è che entrambe, nella loro diversità, vengano riconosciute dalla società civile come nuclei fondati su una relazione stabile d’amore, ai quali far corrispondere diritti e doveri correlati a questa diversità.

Se mi è permessa una testimonianza personale, io sono regolarmente sposato da 39 anni. Da dodici anni a questa parte combatto contro una sequela di tumori, sia benigni sia maligni. Dodici anni vissuti da mia moglie così (e cito soltanto alcuni momenti): mai fermarsi di fronte alle diagnosi infauste, cercare ogni volta il centro più adeguato – Parigi, Roma, Milano, Firenze –, affrontare ogni nuova insorgenza senza arrendersi mai; spendere i giorni di ferie per le visite, le operazioni, le convalescenze, le terapie; assicurare assistenza continua nelle settimane di immobilità; mesi di quotidiano rientro affannoso dal lavoro a casa, per trasportarmi in tempo in un centro di riabilitazione e qui aiutarmi a svestirmi, aspettare due ore, rivestirmi, riportarmi a casa…

 Questa lunga battaglia ha prodotto risultati sorprendenti, rispetto alle attese, in termini di mobilità e autonomia, ma la pienezza e la serenità della mia vita attuale sono tuttora assicurate da interventi di supporto e di accompagnamento. Dodici anni: io so, sì, io so che cos’è il bonum coniugum! E mi rifiuto di accettare il fatto che, quando tale bonum si realizza fra persone dello stesso sesso, loro non possano ricevere il riconoscimento della società civile, le possibilità offerte alla coppia «regolare» e il calore di una comunità di fede che invoca la benedizione di Dio sulla loro unione.

_____________________
(1) Chi fosse interessato si legga l’ampia disamina di questa evoluzione nel saggio: Fini del Matrimonio: visione istituzionale o personalistica? (Annales Theologici 6 (1992), 227-254

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