Superamento dei modelli patriarcali di famiglia


Riflessioni teologiche sul superamento dei modelli di famiglia patriarcali. Convegno Refo, Roma, 10 dicembre 2011 – Past. Elizabeth Green (Chiesa Battista di Grosseto)

Dividerò il mio breve intervento in 3 parti, nella prima vedremo che cosa vuole dire “patriarcale” per vedere se e in che modo oggi sono stati superati i suoi modelli familiari. Nella seconda approfondiremo la relazione tra cristianesimo (nella sua forma protestante) e modelli di famiglia patriarcale e nella terza cominceremo a trarre qualche conclusione per la nostra discussione di oggi.

1. Famiglia e patriarcato

Innanzitutto mi preme mettere in evidenza cosa intendiamo per patriarcale. Perfarla breve il patriarcato è un sistema di dominio articolato a diversi livelli (socio-politico,filosofico, la “naturalizzazione del sesso/genere”, linguistico-simbolico)  (Schüssler Fiorenza, Gesù, Torino (1996) pp. 55-66). Tale sistema si organizza prendendo come norma e misura l’essere umano sessuato al maschile. Esso tiene conto non solo del sesso/genere ma anche di altri fattori quale classe, razza e orientamento sessuale.

Questo significa che non “tutti gli uomini dominano e sfruttano tutte le donne senz’alcun differenza e che l’élite degli uomini occidentali e euroamericani, istruiti e abbienti ha organizzato lo sfruttamento delle donne e di altre non-persone e ne ha tratto un utile” (ibid., p. 28). In altre parole, in questo sistema ognuno e ognuna di noi occupa unaposizione diversa in base al proprio genere, status socioeconomico, razza, orientamento sessuale e via dicendo. Il patriarcato, quindi, è caratterizzato da 1) rapporti sociali gerarchizzati e 2) una relazione asimmetrica tra i generi e 3) l’eterosessualità normativa.

Poiché è lo scambio delle donne a permettere agli uomini (intorno al quale è costruito il sistema di dominio) di relazionarsi tra di loro, l’eterosessualità è connaturale al sistema patriarcale tanto quanto la subalternità femminile. Anche se le cose sono un po’ più complicate di così (Cfr il mio articolo “Le donne, il xmo e l’eterosessualità normativa” (Viottoli 5:9 (2002), pp. 31-36), per ora basta sapere che l’aggettivo “patriarcale” si riferisce ad una realtà classista, sessista e eterosessista.

Come abbiamo già sentito, la storia ci regala forme (è una parola che preferisco a modello) diverse di famiglia. Già nelle sacre scritture ci sono diverse forme di famiglia che vanno dal clan (la casa del padre) dell’epoca dei progenitori e progenitrici di Israele (rispecchiata nella Genesi) alla “comunità domestica” che ospitavano le prime chiese cristiane (a Filippi, per esempio) (Giorgio Girardet, Critica e elogio della famiglia in unaprospettiva biblica in Elena Bein Ricco, Nuovi volti della famiglia, Torino (1997), pp12,24). La famiglia si è poi evoluta fino ai nostri giorni, con importanti passaggi prima dalla famiglia estesa o “di lignaggio aperto” del medioevo alla “famiglia nucleare ristretta” dell’epoca moderna e poi da questa ai cosiddetti nuovi modelli di famiglia. (Bein Ricco La famiglia tra modernità e protestantesimo, ibid., pp. 33-48.)

Del fatto che la storia ci regala forme diverse di famiglia possiamo dire due cose. In primo luogo, fino ai nostri giorni ogni nuova forma di famiglia ad emergere si è iscritta nell’ordine patriarcale. Anche laddove esistevano delle possibilità di scardinare alcuni elementi del patriarcato ciò non è avvenuto. Pensiamo, per esempio, a come gli ideali di uguaglianza propugnati dall’illuminismo non riuscirono a scalfire la relazione asimmetrica tra i generi. Sebbene lo stato moderno si fondi sull’insieme di cittadini liberi, le donne vengono escluse da tale cittadinanza e cacciate all’interno delle mura domestiche. Avviene una netta separazione tra spazio pubblico (maschile) e sfera privata (femminile). Non c’è, quindi, un unico modello di famiglia patriarcale, ma ogni nuovo modello di famiglia che emerge assume contorni patriarcali.

Come il patriarcato si rivela straordinariamente duttile, lo è anche il cristianesimo. In secondo luogo, quindi, possiamo dire che il cristianesimo vissuto e confessato nella complessità delle diverse condizioni storiche non si identifica con un unico modello familiare ma si incarna, per così dire, nelle diverse forme della famiglia che la storia gli regala. Non vi è, quindi, “un modello cristiano” di famiglia bensì “un modo cristiano di vivere la famiglia”. (Girardet, op. cit., p. 32). Non solo, ma abbiamo già visto come il messaggio biblico relativizza le forme consolidate di famiglia. Possiamo dire, quindi, che il cristianesimo vive all’interno delle forme di famiglia che una data epoca produce ma allo stesso tempo mantiene una distanza critica da ogni forma di famiglia che la società si dà. Sebbene le chiese non abbiano sempre resistito alla tentazione di identificare un certo modello di famiglia come la “famiglia cristiana” vedremo che questo due punti si riveleranno importanti per il nostro tema.

Ora vorrei proseguire le mie riflessioni a partire dal saggio di Elena Bein Ricco dedicato alla trasformazione operata nella forma della famiglia dalla Riforma protestante.

2. Protestantesimo e modelli familiari

Bein Ricco esplora i “modelli familiari nella riflessione protestante” prendendo in esame Lutero, Calvino e i puritani. Dal suo studio emergono quattro elementi. In primo luogo, la famiglia viene sottratta al controllo ecclesiastico per una seria di motivi. Innanzitutto, Lutero mette in evidenza che “neppure il segno del matrimonio è istituito da Dio perché non se ne trova indicazione in nessun passo” (p.56). Il matrimonio non è un sacramento perché esula dal contesto specifico della fede; non ha niente di specificamente cristiano in quanto appartiene “all’ordine naturale” voluto da Dio per tutti gli esseri umani. Il matrimonio non viene visto tanto come un “rimedio al peccato” (l’apostolo Paolo) quanto come una benedizione data dal Creatore alla sua creatura. Avviene una rivalutazione della sessualità (ovviamente declinata secondo i parametri patriarcali) in contrasto con la presunta castità della vita monacale.

In secondo luogo, la famiglia diventa lo spazio in cui ogni singola componente – marito, moglie, figli e figlie – vive la propria vocazione. La vocazione esce dalla vita consacrata del monastero e del convento per prendere posto nella famiglia. Col risultato che la stessa vita familiare e di ogni sua componente viene posta davanti allo sguardo di Dio, ovvero ha un referente che la sovrasta attraverso la mediazione della Parola di Dio. (Bein Ricco p. 88)

In terzo luogo, e collegandoci al secondo, la famiglia diventa il luogo della formazione dell’individuo in vista della sua responsabilità sociale. I genitori madre e padre sono attivamente responsabili per l’educazione della prole. Educazione che ha luogo all’interno della famiglia e che avviene anche mediante il culto tenuto in casa in cui ogni componente della famiglia è messo davanti alle sue responsabilità più ampie.

Infine, la famiglia diventa lo spazio dei sentimenti e degli affetti. La famiglia gioca un ruolo importante nella valorizzazione dell’individuo – maschio e femmina – il quale è chiamato direttamente in causa da Dio. Così il puritanesimo “attribuisce al matrimonio il carattere di un patto liberamente sottoscritto per accordarsi reciprocamente affetto, fiducia e rispetto” (ibid., p. 101).

E’ evidente che il modello nucleare di famiglia che emerge “tra modernità e protestantesimo” viene iscritto anche esso nell’ordine patriarcale. E’ altrettanto evidente che il cristianesimo contribuì non poco a quell’ iscrizione. Il calvinismo, scrive Bein Ricco, diede “un contributo non secondario al profilarsi della forma patriarcale della famiglia” (ibid., p. 85). Il governo della casa compete, infatti al paterfamilias, la famiglia viene intesa sia come una “piccola chiesa” sia come “una comunità politica” ambedue saldamente sottoposte all’autorità del padre. Così sono non poche le studiose a mettere in evidenza che la valorizzazione della famiglia da parte del protestantesimo ha consegnato le donne all’autorità maschile vigente al suo interno ponendo fine a quella misura di libertà che la vita monastica aveva loro permesso.

Se, da un lato, la Riforma contribuì alla patriarcalizzazione della famiglia, dall’altro, esso portava in sé dei semi tali da permettere il superamento del modello patriarcale di famiglia come, per esempio, la pari dignità della donne e dell’uomo davanti a Dio, e il riconoscimento di un’autorità superiore a quella del padre di famiglia. Tuttavia i modelli familiari patriarcali cominciano ad essere veramente superati nel momento in cui i metodi anticoncezionali permettono alle donne di scindere sessualità e procreazione.

Potendo controllare la proprio capacità riproduttiva, le donne sono finalmente libere di accedere a tutti gli effetti alla sfera pubblica. Il modello di famiglia nucleare ristretta e patriarcale “si sgretola e muta lasciando il posto a una nozione in cui l’unione di due individui di sesso opposto e la generazione da parte della prole viene meno ed emergono nuove variabili secondo le quali ridefinire il vecchio concetto” (Montano, Comprendere la diversità delle famiglie, in Batini e Santoni L’identità sessuale a scuola, Napoli (2009), p.283.) ovvero ci troviamo di fronte alle nuove forme di famiglia come “la famiglia monoparentale”, “la famiglia omosessuale” e la “famiglia ricostituita”. Basti guardare qualsiasi gruppo, una chiesa evangelica, una parrocchia, la classe di una scuola per vedere come la famiglia nucleare ristretta non corrisponda più alle forme di famiglia già esistenti nel nostro paese.

Tuttavia ho qualche dubbio che il modello patriarcale sia del tutto superato in quanto l’organizzazione della società sulla base della separazione tra pubblico e privato è ancora in vigore. Tant’è che le donne continuano a fare il doppio lavoro, non si riesce a quantificare l’enorme contributo delle donne (in termini di cura) all’economia nazionale, mentre gli uomini continuano a non partecipare pienamente al lavoro di cura (il lavoro ripetitivo e faticoso del comperare, cucinare, lavare, pulire, prendersi cura di mariti/compagni, nonché dei figli, di genitori anziani, degli ammalati) “Mentre si è assistito ad una forte responsabilizzazione della moglie nella produzione del reddito, la responsabilizzazione dei mariti nelle attività di cura e di gestione della casa appare molto modesta” (Bein Ricco, ibid., p. 170). Ma che cosa ha a che fare tutto ciò con le coppie?

Entriamo nella terza parte per tirare le somme per il nostro discorso di oggi.

3. Riflessioni teologiche sul superamento del modello di famiglia patriarcale

Riflettendo sul nostro quesito in base al saggio già citato di Bein Ricco, sono stata colpita dal fatto che la forma di famiglia che emerge nel protestantesimo non è necessariamente determinata dall’orientamento sessuale della coppia. Mi spiego meglio, per il protestantesimo la famiglia è 1) lo spazio in cui tutte le sue componenti vivono la propria vocazione; 2) lo spazio della formazione dell’individuo in vista della sua responsabilità sociale e 3) lo spazio in cui due individui entrano in un patto reciproco per accordarsi affetto, fiducia e sostegno. Più riflettevo su questi punti più mi rendevo conto che la realtà che additano non ha assolutamente niente di pacificamente eterosessuale (anche se ovviamente per i riformatori ce l’aveva). Se crediamo che tutte e tutti sono chiamati a vivere la propria vita davanti a Dio a prescindere dal proprio orientamento sessuale (che vuole dire insieme al proprio orientamento sessuale), la coppia può essere il luogo dove ciò accade. Se pensiamo che la famiglia è il luogo dove l’individuo viene formato in vista della sua responsabilità sociale nulla si dice sull’orientamento sessuale della coppia che “forma”, anzi una miriade di recenti studi sfatano l’idea che genitori dello stesso sesso non siano in grado di educare bene i propri figli. Infine, non vi è nulla che dice che i due individui che entrano in un patto per accordarsi reciproco affetto, rispetto, sostegno e via dicendo debbano essere un uomo e una donna. Anzi, non solo il diritto all’autodeterminazione dell’individuo emerge chiaramente nella famiglia sorta dal protestantesimo ma sembra anche che le coppie omosessuali mettano più impegno nel patto che insieme stringono (Montano, p. 286). Che cosa sto dicendo? Che fondamentalmente siamo davanti a un non problema. Se le funzioni che caratterizzano la famiglia nel protestantesimo sono queste (e noi probabilmente metteremo la terza al primo posto) l’orientamento sessuale delle sue componenti è del tutto irrilevante. Se fosse così facile? E’ evidente che finora per le chiese evangeliche non è stato così facile. Perché? Non è il caso di ripetere le motivazioni edotte dal cristianesimo per respingere le coppie omosessuali. Ritengo, invece, che per comprendere la resistenza a nuove forme di famiglia bisogna ricordare che il patriarcato si declina non solo a livello sociale ma anche a livello simbolico. Dal mio punto di vista (e su questo rifletto nel mio libro Il vangelo secondo Paolo) uno dei problemi è la metafora sponsale che troviamo nelle scritture e nel pensiero cristiano successivo. Secondo questa metafora la relazione tra Dio e il suo popolo o tra Dio/X e la chiesa è modellata sulla coppia patriarcale. Coppia, ci ricordiamo rigorosamente eterosessuale in cui la sposa (Israele, la chiesa) è subordinata allo sposo (Dio padre, Cristo). La metafora sponsale si è rivelata straordinariamente feconda perché riesce ad esprimere in termini di asimmetria (Dio/umanità) una relazione basata sull’amore e sulla fiducia. Mentre l’evoluzione della coppia ha reso obsoleta tale metafora, non è obsoleta la differenza tra Dio e il mondo che essa voleva esprimere. Bisogna, quindi, trovare un modo di esprimere la relazione Dio-mondo che riesca sì a mantenere l’asimmetria ma senza dirlo nei termini del sesso/genere. Se ciò non accade la metafora sponsale continua a veicolare la visione patriarcale della coppia come se fosse iscritta nella stessa relazione di Dio col mondo.

Come protestanti abbiamo uno strumento per superare questo problema. E’ proprio il primo punto che è emerso nella nostra discussione. Il protestantesimo desacralizza la famiglia. Essendo un’istituzione non circoscritta al cristianesimo, la famiglia o la coppia non è più atta di altre realtà per dire la relazione tra Dio e il mondo.

“Inutile dirlo”, scrive Cox, “una trasformazione politica e sociale significativa è quasi impossibile nelle società in cui il regime dominante è direttamente legittimato dai simboli religiosi” (Harvey Cox, La città secolare, Firenze (1968), p. 25). Siamo ora in grado di tirare le somme delle nostre brevi riflessioni teologiche sul superamento dei modelli patriarcali di famiglia. Tralasciando quegli elementi del cristianesimo che conducono essi stessi al superamento del patriarcato (e sui quali si è costruita tutta la riflessione teologico femminista) ho preferito riflettere sulle nuove forme di famiglia che già ora superano i modelli patriarcali. Abbiamo visto che per una famiglia imperniata sulla vocazione, sulla formazione e sul patto di mutuo affetto (come quella emersa nel corso del protestantesimo) l’orientamento sessuale della coppia è del tutto indifferente. Sebbene sia stato declinato in modo patriarcale tale modello non ha niente di necessariamente patriarcale a patto che superi la separazione tra pubblico e privato. Mentre in questo aspetto le coppie eterosessuali tuttora hanno grande difficoltà, sembra che le coppie omo ne abbiano di meno in quanto, non compresse negli stereotipi di genere, hanno più capacità di negoziare la condivisione del lavoro di cura (Montano p. 292.) Vorrei che prendessimo su serio ciò che è emerso da questo studio ovvero che arcobaleno (ed altre forme di nuove famiglie) per il protestantesimo le coppie non costituiscono un problema. Anzi potremmo considerarle piuttosto come un’ evoluzione sociale, politica e teologica della famiglia nella tradizione protestante. Per fare sì che ciò accada davvero, però, occorrono due cose.

In primo luogo, come ho accennato, che si rifletta seriamente sul superamento della natura patriarcale dell’ordine simbolico cristiano, riflessione avviata da anni dalla teologia femminista. Se non si prosegue in questa direzione (uomini e donne insieme) temo che il patriarcato continuerà a riprodursi con effetti che conosciamo molto bene per tutte le nuove forme di famiglia. In secondo luogo, che le chiese, invece di essere così titubanti, rivestano un ruolo di supporto e di sostegno per coloro i quali vivono le nuove forme di famiglia che da anni fanno parte della realtà sociale del nostro paese. In modo speciale le coppie e le famiglie omosessuali le quali hanno bisogno di una comunità di supporto e sostegno per contrastare l’omofobia di cui la nostra società è intrisa. Vivere, quindi, queste forme di famiglia in modo cristiano (e il protestantesimo ci ha dato qualche idea su ciò che questo significa), senza però “cristianizzarle” ovvero mantenendo quella distanza critica che permette al cristianesimo di relativizzare ogni modello di famiglia.

BIBLIOGRAFIA

Elena BEIN RICCO (a cura), Nuovi volti della famiglia. Tra libertà e responsabilità.

Torino (1997)

Harvey COX, La citta secolare, Firenze (1968)

Giorgio GIRARDET, Critica e elogio della famiglia in una prospettive biblia, in Bein

Ricco, pp. 9-32.

Elizabeth GREEN, Il vangelo secondo Paolo, Torino (2009)

…., Le donne, il cristianesimo e l’eterosessualità normativa <Viootoli> 5:9 (2002),

pp. 31-36.

Antonella MONTANO, Comprendere la diversità delle famiglie, in Federico Batini e

Barbara Santoni, L’identità sessuale a scuola. Educare alla diversità e prevenire

l’omofobia, Napoli (2009), pp. 281-326

Elisabeth SCHUSSLER FIORENZA, Gesù. Figlio di Miriam, profeta della Sofia,

Torino (1996)

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