Io ti celebrero perche sono stato fatto in modo meraviglioso


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Note omiletiche e liturgia per la giornata mondiale di lotta all-omotransfobia

Come trovare posto in un universo impersonale e in una società ostile preoccupa l’animo umano, e a questo anelito corrisponde l’elevato Salmo 139, che canta non solo la onnipresenza e onniscienza di Dio, ma riflette sull’intimità della relazione di comunione, dove Dio è più vicino alla persona di quanto lo sia lei a se stessa. Qui viene rappresentata l’esistenza umana nella prospettiva della conoscenza, presenza e potenza di Dio, circondata e racchiusa nella realtà divina. La vita di Dio è talmente connessa al nostro tessuto da formarne una parte inestricabile. Non si tratta di teologia speculativa o descrittiva, ma di una meditazione primaria, nel linguaggio della lode che non nasconde altra finalità, ed è seguita dalla supplica. La persona che canta non cerca, né chiede, non ordina né minaccia, ma attraverso un discorso di intimità, celebra la comunione, iniziata con l’invocazione di YHWH, Dio dell’alleanza. Ciascuna e ciascuno di noi ci ergiamo nudi di fronte a Dio, non c’è aspetto che possa essere nascosto, neppure gli impulsi più segreti. In genere, nella tradizione cristiana, questa consapevolezza fa da preludio alla confessione di peccato, come ricordano le liturgie delle varie Chiese. A prima vista questo potrebbe non sembrare una buona notizia, perché Dio, che invade la nostra privacy più recondita potrebbe anche intimidirci, e tiranneggiare. Non ci piace l’occhio penetrante di una religione che ci giudica o che esplora la nostra anima, che spia i nostri desideri ed impulsi, soprattutto quelli sessuali. Non vogliamo un grande fratello o un padre padrone che sa “quando ci sediamo e quando ci alziamo”. Tra le righe del canto non c’è, però, alcun accenno ad un giudizio o ad una privazione. Dio non è solo genericamente coinvolto nel suo creato per far funzionare un ordine più o meno casuale di cose; non c’è nulla di “naturale” nelle nascite, crescite e morti, nessuno viene da sé, né è il prodotto di uno sbaglio di natura; ogni creatura umana è specifica, unica, irripetibile, perché Dio ha una relazione con l’essere umano – non indistinta, universale – ma proprio con me! La forza del salmo risiede nella reciprocità, i pronomi “io – tu” e gli aggettivi possessivi “mio – tuo” sono legati tra loro dalla conoscenza maggiore e precedente che Dio ha del mio corpo, del mio prezioso esserci nello spazio e nel tempo. Nonostante l’ambiguità del versetto 5 “Tu mi circondi, mi stai di fronte e alle spalle, e poni la tua mano su di me”, che potrebbe suggerire una sottile protesta e un risentimento per la Presenza eccessiva, è proprio questa consapevolezza a dare un senso a tutte le relazioni e ai moti dell’esistenza. Il culmine della meraviglia è raggiunto al versetto 6: conseguenza dell’incontro non è una sorta di unione indistinta con Dio, né di una padronanza su Dio. Se Dio mi conosce più di quanto mi conosca io, non è vero il contrario. Io resto davanti a Dio con un senso di arcano e tremendo stupore, ma lo stupore non mi annienta, eleva le mie potenzialità, illumina il mio orientamento, nella mia caducità riconosco la bontà di cui sono fatta, sono fatto. L’espressione “troppo alta” del versetto 6 potrebbe anche indicare una certa frustrazione che non lascia una via di fuga da questa onnipresenza ed onniscienza di Dio. Una comunione tanto intima quanto impari non è forse sempre desiderata, diventa un peso insopportabile; eppure, proprio questa consapevolezza conduce alla lode e all’autenticità. È questo Dio che ci cerca, che cerca me. In questo ricercarmi e ritrovarmi da parte sua io scopro la mia identità di creatura amata. Il Dio partecipe della vita di ogni persona non si coinvolge solo all’ultimo istante per un suo ripensamento, o per redimermi dalla fossa o dal peccato, ma “sei tu che hai formato le mie reni, che mi hai intessuto nel seno di mia madre” (v. 13). I versi (13-18) parlano di una premeditazione non solo nel portarmi all’esistenza, ma anche nella formazione della via, dell’orientamento, dell’impulso, del tratto che prenderà la mia vita. Il o la salmista riflette sul miracolo dell’origine personale. Dio era già là a formare le parti segrete dell’”io” prima che fossero stati delicatamente uniti gli elementi che formano la persona umana nel suo orientamento sessuale, nell’indole e costituzione fisica. Questa scoperta risulta in un senso di gioiosa meraviglia, perché la o il salmista riconoscono il senso compiuto dell’esistenza, della sua corporalità concreta, dal suo inizio alla sua fine, come di un io irripetibile, meraviglioso che Dio non ha sbagliato nel creare, “così qual sono”. La poesia fa fatica a trovare immagini e un vocabolario che caratterizzino il modo in cui Dio ha tratto il “Sé” da quegli elementi primitivi che diventeranno l’io dialogante. La memoria e il richiamo del prodigio nel bel mezzo della fragilità e del limite non sono una spiegazione ma conducono alla lode (vers.14). Fondati e incastonati nella vita benevolente seppure misteriosa di Dio, non osiamo rivendicare un arbitrio naturale, ma scopriamo la complessità del nostro esserci mentre esprimiamo la bontà di ciò di cui siamo fatti e che ci anima, dà vigore e orienta il desiderio, mentre in Dio siamo, viviamo e protendiamo verso l’esistenza piena – una esistenza determinata da Dio e che trova la sua libertà nella libertà precedente di Dio stesso/a. Il Dio che non riesco a comprendere comprende me, mi circonda, mi rincorre, mi trova, mi ama e provvede per me. Questa intimità potrebbe generare un senso di sicurezza, di fiducia che si abbandona in Dio, ma potrebbe anche costituire un fardello; potrebbe pesare come intrusione e creare disagio. Dio non è solo il fondamento dell’esistenza: ne costituisce anche il problema.
Riflessioni:
La mia identità è inalienabile, fondata in Dio e non decretata dalla società, dall’ethos, dalla cultura o dalla famiglia.
La mia dignità non è frutto di una mia conquista personale o di un riconoscimento estorto alla comunità, ma scaturisce dalla volontà e dall’atto creativo di Dio.
Ciò che io sono a me stessa/stesso e in relazione alle altre/agli altri, e ciò che desidero, costituiscono la mia creaturalità.
La dimensione esistenziale davanti a Dio è distinta dalle relazioni etiche.

L’etica riguarda il modo in cui vivo il mio desiderio ed orientamento sessuale, la mia genitorialità, la mia vocazione nella società.

La dimensione esistenziale è il mio esserci nello spazio e tempo, perché voluto/a, chiamato/a, sostenuto/a da Dio.
La domanda di fede della/del Salmista è: chi sono io di fronte a Dio che mi conosce (cioè mi ama), mi forma e mi precede, sostiene e sovrasta? (“Signore, tu mi hai esaminato e mi conosci”, v. 1)
La domanda etica della/del Salmista è: come vivrò chi sono, come vivrò la mia vocazione ad essere me stessa/o davanti a Dio nelle molteplici relazioni umane, individuali e sociali (“Esaminami, o Dio, e conosci il mio cuore” v.23)
Il riferimento drastico ai “nemici”, odiati in modo “perfetto” (vv19-22) serve nell’ottica della/del Salmista a porre delle coordinate etiche sul piano della storia, di differenziazione e di distanziamento nel consorzio umano.

L’empio è nemico perché considerato nemico di Dio. Pur rigettando con fermezza queste categorie culturali dell’odio e del disprezzo verso i nemici, ancora presenti e minacciose nei testi e nella vita delle religioni (vedi Matteo 5,43-45), possiamo discernere anche in questi versi la ricerca di autenticità fedele al creatore.

Noi non odiamo le persone che discriminano, disprezzano e usano violenza contro altre persone – perché di un’altra etnia, di altra classe o religione, di altro colore, o perché di diverso orientamento sessuale, o per qualsiasi motivo che riguardi la creaturalità, l’identità, ciò che fa di noi ciò che siamo. Rigettiamo e detestiamo, condanniamo e “odiamo” il razzismo, l’omofobia, ogni atteggiamento di denigrazione e disprezzo di ciò che è umano – sia quando lo riscontriamo dentro di noi, che fuori di noi, negli altri.

Il Salmo 139 evoca in noi emozioni diverse. Ma questo canto sta, tra le altre cose, ad indicare che non basta aprirsi alla lode per il mistero della propria creaturalità, della propria dimensione esistenziale davanti a Dio.

Una volta acquisita la consapevolezza della propria identità inalienabile, buona, scaturente dalla creatività generosa e variegata e forse tremenda di Dio, è necessario operare delle scelte etiche che comporteranno una presa di posizione a favore della persona e contro i modelli culturali di discriminazione, violenza e morte.

Non sarà un’opera da svolgere “contro gli altri”, ma un lavoro su noi stessi, con gli altri, verso gli altri.

Sarà altresì necessario interrogarsi su come vivere responsabilmente la propria identità e vocazione e il proprio orientamento – davanti a Dio e nella società.
Jonathan Terino

Maggio 2015

liturgia_omofobia_2015 rivista commissione    il messaggio che oggi annunciamo

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