Fede e identità sessuale


1Intervento al seminario di formazione a cura della F.C.E.P.L. e l’Associazione N.U.D.I. su “fede e identità sessuale”     Grottaglie  19.12.15.

Lo scopo del mio intervento è 1) contestualizzare il seminario nella vita delle chiese ripercorrendo brevemente e non in modo esaustivo alcune tappe del percorso che ci ha portato qui oggi; 2)  dare alcuni suggerimenti su come affrontare il tema nella chiesa locale e 3)fornirci delle coordinate teologiche all’interno delle quali situare i nostri lavori.

1)         Non ancora vent’anni fa  (1998) si  fondò l’Associazione Rete Evangelica Fede e Omosessualità la quale  raccoglieva il lavoro precedente svolto nel nord Italia dal gruppo Capernaum. Attive nella REFO dall’inizio erano persone come Giorgio Girardet , Simon Pietro Marchese, nonché l’attuale Presidente, Giorgio Rainelli. La REFO  ha sempre viste unite persone di orientamenti sessuali diversi (gay e gay friendly) il cui scopo era affrontare e promuovere il discorso fede e omosessualità nelle chiese protestanti in Italia.

            Qualche anno dopo, nel 2000 (-2007) le chiese battiste, metodista e valdese hanno dato un volto più istituzionale alla questione attraverso la formazione del gruppo GLOM che  producendo  studi e promuovendo incontri con le chiese ha promulgato il dibattito fede e omosessualità in seno alla realtà BMV.

            Due sono i traguardi fondamentali: L’Assemblea-Sinodo del 2007 e il Sinodo delle Chiese valdesi e metodiste del 2010. Andando a guardare questi documenti notiamo che ambedue insistono sue tre punti fondamentali: condanna dell’omofobia, accoglienza delle persone omosessuali, approfondimento  del tema da parte delle chiese . Inoltre, il documento del Sinodo 2010 dà la possibilità alle chiese locali metodiste e valdesi la facoltà laddove esistano le premesse di celebrare benedizioni delle coppie dello stesso sesso.

             La diversa organizzazione ecclesiastica fa sicché mentre le decisioni assembleari  battiste vengono prese laddove c’è già stato un dibattito nelle chiese le quali raggiungeranno poi un (eventuale) consenso assembleare, il Sinodo delle chiese metodista e valdese può pronunciarsi senza aver  necessariamente sentito le chiese locali. Così la decisione del 2010 ha permesso alcune chiese di celebrare delle benedizioni mentre la grande maggioranza continua a parlarne o a non parlarne. Infatti il documento del 2010 demanda alle chiese l’approfondimento della questione incluse le benedizioni come d’altronde fa l’Atto 52 dell’Assemblea battista del ’14 la quale ribadisce gli stessi concetti di 7 anni prima ovvero: accoglienza reale , contrasto all’omofobia e approfondimento. La novità è che aggiunge le persone transessuali e transgender.

            Dalla mia esperienza come membro della Commissione BMV Fede e Omosessualità (che ha proseguito il lavoro del GLOM) possiamo dire che salve alcune eccezioni e al di fuori alcune realtà specifiche come Milano e Torino le chiese sia mv che b sono state restie all’approfondimento auspicato. Non possiamo, quindi, che congratularci con l’iniziativa di oggi.

            Vorrei solo fare un cenno al mondo cattolico, sebbene la posizione ufficiale della Chiesa cattolica sia ben nota e non sia sostanzialmente  cambiata col papa Francesco, bisogna dare atto dell’esistenza di numerosi gruppi di credenti omosessuali all’interno della chiesa cattolica, curate anche da sacerdoti aperti e accoglienti. Riassumendo mi sembra necessario non fare né in ambito protestante né in ambito cattolico “di tutta l’erba un fascio” (B. Brogliato e D. Migliorini, L’amore omosessuale, Assisi, 2014)

2) Dopo questa contestualizzazione (tutti i documenti e atti sinodali e assembleari sono disponibili sul sito della chiesa valdese, battista e della REFO; per il mondo cattolico-ecumenico  www.gionata.org) a livello metodologico, come vorremmo iniziare un percorso con la chiesa? Dal mio  punto di vista la prima cosa da fare è riconoscere che “il problema” (se così lo vogliamo chiamare) non sono “le persone omosessuali” donne o uomini che siano, tanto meno “l’omosessualità”, termine astratta sulla quale ci sarebbe molto da discutere. Il problema, piuttosto, è l’omofobia ovvero il pregiudizio per non dire paura diffusa contro le persone omosessuali o diversamente sessuali (lgbt) Cito Daniel Borrillo: Omofobia. Storia e critica di un pregiudizio, Bari (2009): “l’attenzione viene ormai posta sulle ragioni che hanno portato a considerare come deviante proprio questa forma di sessualità: lo spostamento dell’oggetto di analisi verso l’omofobia corrisponde a un cambiamento tanto epistemologico quanto politico. Epistemologico dal momento che non si tratta tanto di conoscere o di comprendere l’origine e il funzionamento dell’omosessualità, quanto di analizzare l’ostilità suscitata da questa specifica forma di orientamento sessuale. Politico poiché non è più la questione omosessuale, ….ma proprio la questione omofobica che merita oggi di essere affrontata in quanto tale” (p. 8)

            Non credo che si ha bisogno di grosse giustificazioni teologiche per opporci all’ostilità e  alla violenza sistematica di cui sono oggetto le persone omosessuali. Contrastare l’omofobia significa semplicemente estendere il lavoro svolto  dalle chiese contro il razzismo e la violenza sulle donne  (lavoro inteso come  parte integrante della propria missione)  –  alle persone omosessuali. In questo senso siamo fortunati perché già da qualche anno si organizzano in Italia delle veglie contro l’omofobia e in ricordo delle vittime del bullismo omofobico. Convincere la vostra chiesa a promuovere una veglia che si può fare coincidere col culto è, dal mio punto di vista, un ottimo modo per affrontare (e confrontarsi con) la nostra omofobia.

Perché la veglia è una via praticabile?

– perché può assumere la forma di culto “a tema” al quale le nostre chiese sono abituate

– perché ogni anno viene fornito un versetto guida, una liturgia, una scheda esegetica

– perché ha il vantaggio della ripetitività

– perché è ecumenico e quindi potete sfruttare le vostre relazioni ecumeniche

– ma SOPRATTUTTO perché vi dà la possibilità di entrare in contatto o approfondire i vostri contatti con gruppi di persone lgbtq credenti o no.

            In altre parole, la veglia è uno strumento efficace per cominciare a conoscere e frequentare (per quelle chiese che non hanno contatti diretti e spontanei) con comunità o persone lgbtq. Tale frequentazione è, dal mio punto di vista, fondamentale per vincere l’omofobia: si stratta semplicemente di conoscere, ascoltare, stare insieme a persone per scoprire che alla fin fine nessuno e nessuna è uguale all’altro ma siamo tutti e tutte divers* insieme!

            Se una chiesa si spaventa davanti a una proposta del genere, la “conoscenza” si può fare per interposta persona attraverso la visione di film che trattano l’argomento. Qualche anno fa avevo ideato una formazione in questo senso e ne ho portato qualche copia con me (in appendice).

3) Veniamo alla parte principale del mio contributo stamattina: le premesse teologiche alla base dell’accoglienza reciproca delle persone di diverse identità sessuali,  lgbtqE  laddove “e” vuole dire eterosessuale.

            Dato l’alta considerazione in cui è tenuta la Bibbia nelle nostre chiese, è consuetudine “approfondire” il tema fede e omosessualità proprio a partire dalle scritture ovvero da quei pochi brani che ne parlano o parlano di qualcosa che ci sembra analoga. Non mancano studi  facilmente reperibili per orientarci in questo senso . Tuttavia, non credo che sia il modo migliore (almeno all’inizio) per approcciarsi al tema per due motivi:  Secondo Borrillo che ho già citato, “gli elementi precursori dell’ostilità ponderata nei confronti dei gay e delle lesbiche provengono dalla tradizione giudaico-cristiana”. Cominciando subito dai brani che egli stesso cita (tipo Lev 17,22 oppure Rm 1,27) si rischia  di , a)  re-iscrivere  il pregiudizio omofobico ; b) impantanarci in una serie  di sottigliezze esegetiche non sempre facilmente afferrabili; c)  impegnarci in un tipo di guerra di versetti con credenti che praticano una lettura biblica a-contestuale e letteralista.

            L’approccio che guida il mio impegno in questo campo è quello del “canone dentro il canone” secondo il quale un aspetto del messaggio biblico  è ritenuto centrale  e in grado di interpretare le altre parti. In altre parole, un assunto fondamentale della nostra fede diventa una lente con la quale guardare la testimonianza biblica in tutta la sua diversità e complessità. Un esempio relativamente recente potrebbe essere il modo in cui la storia dell’Esodo intesa in termini di liberazione degli oppressi è stata innalzata a chiave interpretativa del messaggio evangelico da parte  della teologia della liberazione.  Possiamo dire che Gesù fa qualcosa di simile quando, per esempio, ritiene che il messaggio della Bibbia ebraica si riassume nel grande comandamento:  (Mt 22, 36-40) oppure, quando interpreta le complesse leggi del puro e dell’impuro attraverso le parole del profeta Osea “Voglio misericordia e non sacrificio” (Mt 9,13). In questo caso, la preminenza della misericordia diventa la sua linea guida nell’interazione con i testi antichi.

            Allora quale è il canone che stamattina  vorrei suggerirvi? Ovvero quale chiave interpretativa aprirà la porta del nostro cuore e delle nostre chiese alle persone lgbtq? Non è nientepopodimeno della giustificazione per grazia mediante la fede, elemento base della nostra stessa ragion d’essere come chiese discendenti, chi in un modo e chi in un altro, dalla  Riforma protestante. Non, quindi un’idea marginale innalzata a luce guida ma l’idea centrale e fondante del protestantesimo. Come sapete, Paolo getta le basi di questa intuizione fondamentale nella lettera ai Galati sviluppandola poi nella lettera ai Romani sulla quale mi concentrerò. (Ho sviluppato questa lettura nel mio libro Il vangelo secondo Paolo. Spunti per una lettura al femminile (e non solo)). Quindi, se volete approfondire col testo biblico alla mano vi invito alla lettura della prima parte di quel saggio).

            Quali sono i passaggi fondamentali del ragionamento di Paolo? Sono quattro.

  1. 1. Siamo tutti sottoposto al peccato “Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio “( 3,23) Non c’è nessun giusto, neppur uno” (Rm 3, 10);
  2. 2. Ora però (v.21), “sono giustificati gratuitamente per la sua grazia” (v.24)

3– Prima Conseguenza: qualsiasi vanto è escluso “Dov’è dunque è il vanto? Esso è escluso” (Rm 3,27) e

  1. Seconda conseguenza “accogliete gli uni gli altri come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio” (Rm 15,7)

 

            Ora  contestualizziamo il suo pensiero. Quando l’apostolo parla di “tutti” a chi si riferisce? (Risposta a 3,9) ai Giudei e ai Gentili, le due categorie in cui le persone si dividevano nelle chiese delle origini : da una parte, ebrei che avevano accolto Gesù i quali formavano il nucleo della prima chiesa cristiana e, dall’altra, i credenti di origine pagana che si erano successivamente aggiunte. Sia le lettere di Paolo sia il libro degli Atti testimoniano del fatto che la questione che rischiava di dividere le chiese, sulle quali le chiese si confrontavano e si scontravano era la convivenza all’interno della comunità cristiana di questi due gruppi. Gruppi che nutrivano ambedue una serie di pregiudizi verso l’altro ognuno  ritenendosi superiore all’altro. Nel l’ambito del cristianesimo nascente a considerarsi superiori  erano i credenti di origine ebraica alcuni dei quali volevano obbligare i convertiti appartenenti alla cultura ellenistica (e pagana) a farsi circoncidere e a seguire la Torah. Paolo affronta questa questione direttamente nella lettera ai Galati ed è l’argomento all’ordine del giorno del Consiglio di Gerusalemme (Atti 15) secondo la ricostruzione che ne fa Luca.   La pretesa di superiorità da parte del “Giudeo” è categoricamente esclusa da Paolo il quale era Giudeo ovviamente  anche lui.

“Che dire dunque? Noi siamo forse superiori? No affatto! Perché abbiamo già dimostrato che tutti Giudei e Greci sono sottoposti al peccato” (Rm 3,9). Infatti, prosegue “non c’è distinzione” tutti hanno peccato e ma  tutti tanto Giudei quanto Greci sono giustificati gratuitamente per la sua grazia”. Come ho detto, ne consegue che qualsiasi pretesa  di superiorità ovvero “il vanto”, viene categoricamente escluso (Rm 3, 27-30).

 

            Il libro degli Atti racconta il modo in cui la barriera tra credenti di origine giudaica/non giudaica viene superata (visione di Pietro, conversione di Cornelio) in modo che il vangelo possa raggiungere “le estremità della terra”. La lettera agli Efesini, invece,  sviluppa il pensiero paolino interpretando l’opera di Cristo come la riconciliazione di questi due popoli, la fine del muro di divisione che li separava l’uno dall’altro e la convivenza pacifica dei due popoli nella “famiglia di Dio” (Ef 2,11-19). La mia proposta consiste nel prendere l’interpretazione che fa Paolo del vangelo per il suo contesto e ampliarlo al nostro.

 

            Tale procedura è intrapreso dallo stesso apostolo il quale applica la logica che ho appena descritta (in  Galati) estendendo le sue conseguenze   ad altre categorie sociali divise tra loro,  liberi e schiavi, donne e uomini. In  Gal 3,21-29 ci troviamo all’interno della stessa logica, ogni cosa è stato rinchiuso sotto il peccato  ma ora siamo giustificati per fede. Ne consegue che v. 28.

 

            Che cosa sto dicendo? Poiché siamo giustificati per grazia mediante la fede nessuno può ritenersi superiore all’altro in base alla sua origine culturale  o religioso (perché Giudeo e non Greco), in base alla sua condizione socioeconomica (perché libero e non schiavo) o in base a suo genere (perché uomo e non donna). In altre parole, nell’economia divina, l’essere maschio e non femmina, giudeo e non greco, libero e non schiavo non comporta  nessun vantaggio, anzi tutto ciò che prima era considerata motivo di vanto ora è da considerare come scrive Paolo altrove come tanta spazzatura. Ma possiamo e dobbiamo dire  anche il contrario, ossia ciò che prima costituiva uno svantaggio, motivo di  esclusione o discriminazione sociale ora non lo è più, L’essere gentile, l’essere donna o l’essere schiavo ora non comporta più nessuno svantaggio. Le categorie prima discriminate o escluse non lo sono più. Come si legge in Efesini ora  “non  siete più né stranieri né ospiti bensì concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio” (Ef 2,19). La sfida delle prime comunità cristiane, dunque, era di trasformare questo cambiamento di status operato da Dio in organizzazione sociale.

            In base a tutto ciò ritengo che è ora di fare un passo più in là: estendere la logica della giustificazione per grazia mediante la fede a chi oggi subisce una discriminazione analoga a quella subita dal greco, dalla donna o dallo schiavo ai tempi di Paolo, ovvero alle persone di diverse identità sessuali (lgbtq). Vi è un largo consenso che la discriminazione di cui sono oggetto le persone omosessuali ripete la stessa dinamica e rispecchia la stessa logica discriminatoria agita nei confronti delle donne, degli stranieri, delle persone di colore. “Il presunto ideale astratto di Uomo, simbolo dell’umanesimo classico è in realtà il vero e proprio maschio della specie; egli è un lui. Inoltre, lui è bianco, europeo e normodotato; sulla sua sessualtià non si può congetturare molto, sebbene molte speculazioni riguardino quello del suo pittore, Leonardo da Vinci” (Braidotti , p. 32) Questo significa che coloro che differiscono da quella norma sono ritenuti inferiori e esclusi dalla piena cittadinanza o dalla piena soggettività. Vi è un consenso che il dominio maschile (l’ordine sociosimbolico patriarcale)  si regge su due pilastri, la discriminazione e esclusione delle donne, da una parte, e delle persone omosessuali, dall’altra. Siamo ora in grado di dare voce ad una delle intuizioni fondamentali del movimento delle donne del secolo scorso ovvero il patriarcato non discrimina solo le donne ma tutta un’altra serie di soggetti. Stiamo parlando della cosiddetta intersezionalità ovvero il modo in cui diversi tipi di esclusione e discriminazione intersecano.

            Comprendere il nucleo del vangelo in termini di giustificazione significa dire 1) che tutti e tutte, l’umanità intera con tutte le sue differenze e quindi tanto coloro che oggi chiamiamo eterosessuali quanto coloro che chiamiamo omosessuali hanno peccato e che non c’è nessun giusto nemmeno uno 2) MA ORA è stata manifestata la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono  – infatti non c’è distinzione, (tra etero o omosessuale)  tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia. 3) Il vanto da parte delle persone di una certa identità sessuale (etero)  è quindi, escluso. Per quale legge? Delle opere, ovvero del mero fatto di essere eterosessuale e non omosessuale? No per la legge della fede. Dio è forse solo Dio degli etero? Non è egli anche Dio di tutto il popolo arcobaleno lgbtq? Certo è anche il Dio degli altri popoli” 4) Perciò voi che ci tenete tanto ad etichettare qualcosa così sfuggente come la sessualità per poter dominarvi gli uni gli altri, “accoglietevi gli uni gli altri come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio”.

            La giustificazione per grazia mediante la fede, dunque, mette tutte le persone a prescindere delle loro identità sessuale o da altri marcatori di differenza (età, razza, posizione economica, abilità)  nella stessa identica posizione davanti a Dio. Compito della chiesa e agire tale verità in seno alle chiese e nella società.

            Abbiamo un passo ulteriore da fare. Poiché, come scrive Paolo, “la redenzione è in Cristo Gesù” bisogna ora vagliare la nostra ipotesi alla luce dei vangeli. In altre parole, c’è qualcosa nell’agire di Gesù che indica che la strada che abbiamo preso sia quella giusta? Se andassimo a vedere – seguendo un’ipotesi che ho scartato all’inizio – che cosa dice Gesù sull’omosessualità (per esempio) saremmo subito delusi. Non ne dice assolutamente niente. Non si interessa minimamente dell’identità sessuale delle persone che incontra. Anzi potremmo dire che mentre si interessa molto, anzi moltissimo del modo in cui le persone usano il denaro e le ricchezze,  o del modo in cui si trattano a vicenda;  sulla sessualità  e sull’identità sessuale ha – a differenza delle chiese –  ben poco da dire. Quale dunque il punto di contatto tra il pensiero di Paolo e la vita di Gesù?

            Lo si trova nel modo in cui Gesù tratta le persone escluse dalla piena vita religiosa e/o sociale dell’epoca ovvero coloro ritenuti per un motivo o un altro impuri. Ne abbiamo tantissimi esempi nei vangeli, sono i peccatori, i pubblicani che si rendevano impuri perché avevano contatto con i romani, erano le persone ammalate, in modo speciale i lebbrosi, erano coloro che non potevano osservavano le leggi di purità (come le abluzioni rituali), sono le donne in generale e alcune in particolare, le prostitute, le pagane, la donna col flusso di sangue. Allora contro la tendenza sistematica di una parte del giudaismo di discriminare queste persone, considerarle inferiori, Gesù non solo le accoglieva a pieno titolo nel suo movimento ma diceva che avrebbero preceduto le persone religiose sacerdoti e anziani del popolo nel regno di Dio “Io vi dico in verità I pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio” Mt 21,31). Discutendo il codice di onore e disonore  che vigeva all’epoca di Gesù uno studioso del NT ha scritto “nessuno può essere disonorata dall’esterno. Senza dubbio può provare vergogna; può sentirsi colpevole di cose che non dovrebbe aver fatto. Per questo motivo molti di quegli episodi terminano con le parole: Va e non peccare più” Ma, secondo il concetto di Gesù, “un essere umano non ha legittimamente il potere di disonorare un altro, di estromettere quell’altro dalla comunanza con Dio e con l’umanità”. Chi ha scritto queste parole non è un attivista lgbtq ma un semplicissimo, normalissimo studioso del NT. Si chiama  Stephen Patterson

e nel suo libro pubblicato dalla Claudiana Il  Gesù storico e la ricerca di significato dimostra come Gesù rovescia categorie portanti della società mediterranea di allora come onore,disonore e vergogna nonché quelle religiose di impuro e puro.,

            Vorrei leggervene un brano (p. 139) Che cosa sto facendo? Attraverso gli studi più recenti sulla figura di Gesù sto a) mettendo le intuizioni della teologia della liberazione che parlavano di un’opzione preferenziale di Dio per i poveri focalizzandosi sulle persone emarginate  in relazione con la giustificazione per grazia e b) estendendole in modo specificamente alle persone  estromesse dalla nostra società e dalle nostre chiese in base alla loro identità sessuale. Il fatto che sia le lettere di Paolo sia i vangeli sembrano prendersela col giudaismo non dovrebbe trarci in inganno  e farci portatori di antisemitismo. Gesù ce l’aveva con “tabù e pratiche disumanizzanti…che si trovano nella maggiore parte delle culture…Ai giorni nostri – scrive Patterson – le persone colpite da AIDS sono vittime dello stesso tipo di ostracismo. Gesù avrebbe contestato questo modo moderno di conservare la purità allo stesso modo in cui contestava le pratiche equivalenti che esistevano nell’antichità” (p. 231)

            Stiamo per tirare le somme. Invece di partire dai pochi brani nelle scritture che parlano di atti che hanno ben poco a che fare con l’omosessualità come oggi la conosciamo abbiamo collocato la questione dell’identità sessuale all’interno di un discorso più ampio ma decisamente centrale per il messaggio cristiano: la giustificazione per grazia e l’opzione preferenziale per le persone emarginate e escluse operata da Gesù. Il vantaggio di questo approccio è, dal mio punto di vista, duplice:

1) Pone, al centro della proposta evangelica  la piena inclusione nella vita delle chiese di tutte le persone le quali sono state, per qualsiasi motivo escluse dalla piena appartenenza sociale. Tale inclusione è conseguenza diretta del vangelo annunciato e praticato da Gesù. Non è un’optional da  “approfondire” o meno ma un imperativo del vangelo stesso “Accoglietevi gli uni gli altri”;

2) Tale approccio relativizza la questione dell’identità sessuale come marcatore di differenza come relativizza tutti gli altri aspetti della nostra identità come il colore della pelle, genere, età, condizione sociale e via dicendo). Gal 3,28 è eloquente al riguardo.

            Un pensiero finale, l’impostazione del discorso in termini di accoglienza ha però una pecca. Immagina  che siano le chiese  ad accogliere le persone omosessuali come se le persone omosessuali non fossero chiesa a tutti gli effetti. In altre parole, presume che le chiese siano composte di persone (etero) che occupano la stessa posizione del “Giudeo” nella logica del testo. Non è così. Le chiese sono composte anche di persone che occupano la posizione di “greco”, “schiavo” e “femmina”. Penso che per coloro che  hanno alle spalle una storia di esclusione e discriminazione (in quanto donna, per esempio)  la consapevolezza di “essere stati/e accolti”  da Dio   e  dalla comunità che Dio sta creando e  la capacità di accoglienza dell’altro dovrebbero essere più sviluppate. Se ci fermiamo a riflettere, però,   siamo tutti nella stessa situazione di esclusione dalla presenza di Dio a causa del peccato. Chi nelle chiese occupa o pensa di occupare la posizione di  vantaggio perché “Giudeo” semplicemente dovrà fare un miglio in più per vincere la propria omofobia, per rinunciare ai privilegi che il suo presunto “essere nella norma” gli dona ed aprirsi all’altro. D’altronde il vangelo tratta proprio di questo. Aggiungerei come  post scriptum  che l’accoglienza di cui parla Paolo è  reciproca, e quindi bisogna forse lavorare sul fatto che  persone di diverse identità sessuali si accolgono a vicenda.

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