Studi biblici

Briciole. Meditazioni bibliche per tutto l’anno

Les Miettes de la table è un lezionario inclusivo realizzato da cristiani e cristiane di diverse confessioni che propone meditazioni bibliche per tutto l’anno.
Si tratta di uno strumento pensato per favorire un approccio regolare, personale alla Bibbia, ed in particolar modo ai Vangeli.
E’ possibile scaricare queste raccolte di meditazioni da questo link e cliccando le relative immagini.

“Al di là di Dio Padre”. Riflessioni bibliche di Elisabeth Green

Monoteismo, maschilismo e violenza bellica si cementano a vicenda e si fondano sull’imm

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agine di un Dio maschile, violento e patriarcale. Pubblichiamo ampi stralci della relazione che la pastora valdese Elisabeth E. Green ha presentato, su questi temi, al Convegno Internazionale “Pace e guerra nella Bibbia e nel Corano” tenutosi a Torino dal 12 al 14 ottobre 2001

Guerra e monoteismo sono realtà in cui la differenza sessuale gioca un ruolo determinante. Fino a poco tempo fa tutto l’apparato militare, gli eserciti di tutto il mondo erano realtà virili da cui le donne erano rigorosamente escluse. E la stessissima cosa possiamo affermare del monoteismo nelle sue forme istituzionalizzate. Se in alcuni settori del cristianesimo e dell’ebraismo le donne ora occupano posizioni fino a poco tempo fa riservate solo a uomini, la maggioranza delle istituzioni che si ispirano al monoteismo – chiese, moschee, sinagoghe – continua a rimanere di governo esclusivamente maschile. Anzi possiamo affermare che la differenza sessuale è una discriminante fondamentale a livello sia simbolico che sociale nelle religioni monoteistiche.
Poiché la declinazione al maschile delle realtà che ci interessano è preponderante, potrebbe venire a noi donne la tentazione di lavarcene le mani e dichiararci tranquillamente estranee a qualsiasi discorso su pace e guerra nelle religioni del libro. Preferisco non soccombere a tale tentazione. Come donne infatti ci troviamo all’interno sia delle diverse istanze del monoteismo che nei vari apparati di guerra essendoci stato assegnato un ruolo simbolico fondamentale.(…)

La nozione di un Dio declinato esclusivamente al maschile è stata oggetto di critica da parte di Mary Daly nella sua opera Al di là di Dio Padre. Semplificando al massimo, Daly (e con lei molte teologhe), opinano che la figura di un Dio maschile in cielo serve a legittimare i rapporti diseguali tra uomini e donne sulla terra. Inoltre, se come opina il sociologo francese Bourdieu, “l’atto sessuale stesso è concepito dagli uomini come una forma di dominio, di riappropriazione, di ‘possesso'”, allora si profila un nesso tra l’Iddio garante di maschilità, da una parte, e ciò che Daly chiama la Sacrilega Trinità: stupro, genocidio e guerra, dall’altra.
Se le teologhe in occidente considerano l’Iddio maschile perno di un violento ordine sociosimbolico, alcune teologhe asiatiche e africane ritengono che il problema non sia tanto la configurazione maschile di Dio quanto la sua natura esclusivista.
Come l’esperienza maschile è stata universalizzata fino a diventare la norma dell’umano tout court, così il cristianesimo è stato assolutizzato come norma di ogni fede religiosa. Kwok Pui Lan, per esempio, afferma che “una comprensione esclusivista del Cristo eleva il cristianesimo al di sopra di tutte le altre religioni ed è stata utilizzata per giustificare la conquista, la colonizzazione e persino il genocidio”. In questo modo viene prospettata l’ipotesi che monoteismo, esclusivismo, maschilismo e violenza si implichino a vicenda.

Il noto studioso tedesco Gerd Theissen sottolinea il ruolo giocato dalla maschilità nello sviluppo del monoteismo biblico. Poiché il monoteismo potesse affermarsi Dio doveva diventare veramente universale (…). Così la divinità doveva liberarsi dai legami sia con l’ambiente che con la famiglia. Dovette sorgere, cioè il Dio “senza immagini” e il Dio “senza famiglia”. (…) E’ evidente che tale Dio slegato dai legami di parentela, alienato dai processi biologici fondamentali, portatore di “valori più alti del vivere e del sopravvivere” non poteva che essere maschile. (…) Ciò che mi preme evidenziare è che la logica di tali sistemi (religiosi, ndr) è una logica sessuata secondo cui l’unico Dio viene declinato al maschile e l’Altro di qualsiasi genere, colore o fede viene declinato al femminile. (…)
Nella versione cristiana di tale regime l’uomo si rispecchia nel Dio maschile come il Soggetto Assoluto secondo la cui immagine è stato creato mentre la donna continua a differenziarsi in relazione sia a Dio che all’uomo come l’Altro. In questo modo, il femminile diventa la cifra simbolica di ogni altro Altro, cioè di qualsiasi nemico ebreo, nero, o omosessuale che sia. La violenza bellica, quindi, trae forza dalla misoginia costitutiva dell’ordine sociosimbolico patriarcale, ordine a sua volta legittimato dal Dio maschile. Vorrei portare un esempio di questa tesi prendendo in esame l’addestramento militare.
Pare che l’esercito per creare la docilità necessaria all’ubbidienza incondizionata del soldato debba trasformare i suoi maschi in “femmine”. Gli insulti urlati alle reclute, per esempio, si riferiscono alle donne e soprattutto a quelle parti dell’anatomia femminile legate alle funzioni riproduttive. Durante il combattimento, l’odio che il soldato sente verso il “femminile” dentro di sé, viene mobilitato e proiettato sul nemico il quale diventa, simbolicamente, una donna da distruggere (…). Nella Bibbia, il nesso tra discriminazione della donna e sterminio del nemico viene illuminato dal libro di Ester. Il primo capitolo infatti ci regala un quadro quasi perfetto del meccanismo dell’ordine imperiale in cui gli uomini comandano e le donne ubbidiscono.
Quando la regina Vasti si oppone all’ordine del re, rifiutando di esporsi come oggetto allo sguardo maschile, il re emana un decreto per ristabilire l’uomo come capo famiglia in ogni casa del reame. La successiva ribellione di Mardocheo viene a ricalcarsi sulla storia di Vasti cosicché il popolo ebraico assume una posizione simbolica femminile. Come tutte le donne andavano punite per la disubbidienza della regina, così tutti gli ebrei saranno puniti per la disubbidienza di Mardocheo, con però un’importante differenza: mentre Vasti viene ripudiata e le donne sottomesse, il popolo ebraico va annientato. La posizione subalterna della donna è la premessa di un regime pronto ad annientare coloro che di volta in volta vengono costruiti come nemico. (…)
Sebbene Ester emerga viva dal conflitto, per molte donne la storia è diversa. Nell’ordine sociosimbolico patriarcale il rapporto sessuale è stato costruito in termini di dominio cosicché lo stupro è diventato la metafora di qualsiasi atto di dominazione. Fine ultimo degli stupri di guerra commessi durante non importa quale conflitto (…) è l’affermazione della propria maschilità attraverso l’assoluta umiliazione del nemico. In tempi di guerra, inoltre, migliaia di donne sono state rapite e tenute prigioniere per offrire servizi sessuali ai soldati.
All’epoca della guerra in Vietnam, per esempio, l’esercito americano aveva adibito alcune isole del Pacifico alla prostituzione mentre dal ’32 al ’45 l’esercito giapponese teneva fino a 200.000 donne coreane come schiave. Lo stupro sistematico delle donne dell’Altro e il massiccio sfruttamento sessuale delle donne da parte degli eserciti in tempo di guerra sono una terribile spia del nesso tra maschilismo e violenza bellica. Se monoteismo, maschilismo e violenza bellica si implicano a vicenda si potrebbe pensare che l’opposizione alla guerra e la speranza della pace possano provenire dalla donne tout court.
Tale idea emerge con forza nell’800, segnando settori del movimento delle donne e continua ad esercitare ancora oggi un certo fascino. Alcune iniziative delle donne a favore della pace sono riuscite infatti ad unire non solo donne del monoteismo (come le Donne in Nero nel Medio oriente o le donne cattoliche e protestanti dell’Irlanda) ma anche donne di diverse o nessuna esperienza religiosa. Ma basare un’etica della pace su una presunta natura femminile universale è problematico. L’alterità femminile, imprescindibile nel produrre l’alterità altrui, ha difficoltà a creare quell’identità solidale propria di altri gruppi sociali. (…)
Se maschilismo, monoteismo, esclusivismo e violenza bellica si intrecciano tanto nella storia quanto nella teologia, quali speranze di pace possono provenire dal monoteismo? (…) E’ importante rilevare che quando le teologhe mettono sotto accusa la maschilità del monoteismo, non accusano la maschilità tout court bensì la maschilità configurata in termini patriarcali. (…)

Dio Padre diventa il garante di un ordine sociosimbolico attraversato da rapporti “di diseguaglianza egemonica, di controllo – dominio/sottomissione, oppressore/oppresso – caratterizzati da paternalismo, imperialismo, colonialismo ed elitismo“. Come è difficile dire un femminile al di fuori di questa economia (cui si è dedicato il movimento delle donne), così è difficile per gli uomini dire la propria sessuazione parziale (cui si sono dedicati un po’ meno). E se Dio venisse in loro aiuto?
La prima risposta alla nostra domanda consiste nel fare leva sulla maschilità di Dio per poter dire un modo di essere uomini non più al servizio dell’ordine violento del patriarcato. In Mt 23 Gesù esclude la possibilità che gli uomini si appellino a Dio per legittimare rapporti di natura gerarchica. Dicendo “Ma voi non vi fate chiamare Maestro perché uno solo è il vostro Maestro“, Gesù afferma che nessuno può arrogarsi del titolo divino per porsi in una posizione di superiorità nei confronti dell’altro. Inoltre, viene messa in evidenza la natura patriarcale di tali rapporti: “Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli“.
In altre parole, Gesù si appella alla paternità divina non per mistificare i rapporti diseguali bensì per smascherarli. Tuttavia Gesù non si limita a criticare l’ordine sociosimbolico patriarcale ma addirittura lo sovverte. Ad essere i primi non sono più i padri bensì gli ultimi nella gerarchia domestica dell’epoca i servi. (…) Gesù utilizza la figura del servo per opporsi a chi vuole riprodurre rapporti patriarcali all’interno del suo movimento. Nell’ordine sociosimbolico patriarcale i servi, e quell’altra figura prediletta di Gesù, il bambino – occupano una posizione femminile. Che Gesù si presenti e viene presentato come servo, quindi, sconvolge sia le nostre nozioni di Dio che i ruoli sociali predicati sulla differenza di genere. Poiché è soprattutto in relazione alla sua morte che Gesù viene chiamato servo non c’è da sorprendersi se, nel racconto della passione Gesù come vittima occupa la posizione femminile per eccellenza. (…)
Mary Daly afferma: “Le qualità che il cristianesimo idealizza, specialmente nelle donne, sono anch’esse quelle di una vittima: amore sacrificale, passiva accettazione della sofferenza, umiltà, mansuetudine ecc“.
Io, invece sto affermando che la vita di Gesù dimostra precisamente le qualità cui una maschilità distorta dalle relazioni patriarcali abbisogna. La vita di Gesù intacca alle radici quel modo di relazionarsi che porta in ultima analisi alla violenza bellica. (…) La morte di Gesù avvenuta porta al culmine un processo in cui Dio stesso diventa Altro. Facendosi Altro, Dio si è spogliato dalla sua maschilità violenta e patriarcale indicando nuove piste al maschile.

(…) Secondo Theissen, per diventare universale l’Iddio degli Israeliti doveva liberarsi dalle immagini. La seconda risposta che danno le donne al nostro quesito si appella direttamente a questo divieto alle immagini. Insistendo sulla paternità di Dio i teologi hanno creato un’immagine linguistica di Dio Padre non meno idolatra di sculture fatte di legno o di metallo. (…)
Che cosa fanno le donne di questo discorso? Affermano che se ogni discorso su Dio utilizza un linguaggio mitico, e se la donna è immagine di Dio tanto quanto l’uomo, allora si può parlare di Dio “se così si può dire” in termini femminili. Non si tratta di aggiungere ad un Dio maschile degli attributi cosiddetti femminili (…). Si tratta, invece, di dire Dio completamente al femminile mostrando che ciò che sta in gioco nella paternità divina non è tanto la maschilità di Dio quanto la sua genitorietà (…)

Secondo Adriana Cavarero, la tradizione filosofica di Occidente è imperniata su una simbolica di morte; l’essere umano viene definito a partire dalla morte, siamo infatti “mortali”. Se è la morte a definirci, allora il ruolo di Dio consiste nel salvarci da essa, garantendoci l’immortalità.

L’idea di un Dio che salva l’essere umano dalla corruzione e dalla morte è fondamentale nel pensiero cristiano ed è lo stesso Dio a giustificare il dominio su tutto ciò che ricorda la mortalità umana (maschile) come appunto le donne, la corporeità, la polvere della terra. La negazione della morte, insieme agli sforzi di dominarla vanno quindi a pari passo con una profonda misoginia…

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RESISTERE PER SPERARE – per un pas de deux di speranza.

Riflessione di Jane Stranz

… Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più di molti passeri. (Matteo 10:29-31)

Una spiritualità della resistenza deve radicarsi nella speranza. Il fondamento di questa speranza è la grazia di Dio e la promessa di Cristo. Ogni uomo, donna e bambino/a della terra ha molto più valore per Dio che molti passeri e il testo dell’Evangelo ci dice che Dio si preoccupa anche di queste umili creature. Il Cristo prosegue questa immagine dicendo:”Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono contati”- dunque non occorre vivere nella paura, anche se è più facile contare i capelli di certi piuttosto che di altri (a secondo di quello che si ha in testa); il messaggio qui è che Dio ha molto più che una preoccupazione passeggera per ogni essere umano. Cristo offe questa immagine per incoraggiare i suoi discepoli ad avere fiducia negli scontri e nei conflitti della vita.

Prosper Munatsi, segretario generale del Movimento cristiano degli studenti dello Zimbabwe, è ritornato nel suo paese dopo una visita a Ginevra. Anche di fronte agli enormi problemi della popolazione egli continua a sperare, a resistere, in circostanze talvolta penose. Inoltre incoraggia altre persone a non perdere la speranza, a mantenere la speranza.

Non è facile mantenere la speranza,

è una cosa fragile e vulnerabile

può presto prendere il volo…

Voi pensate forse che i vostri nemici sono più numerosi dei vostri capelli. Questa impressione d’essere accerchiati, di essere sotto tiro può dare la voglia di non impegnarsi più. Si cade presto nel circolo della disperazione. Ma l’Evangelo ci offre la promessa che Dio si prenderà cura di noi e ci sosterrà. Questo sostegno è riconoscere che ognuno/a di noi possiede un valore e una dignità immensa. Prosper ha preso la decisione di non rimanere in silenzio ma di avanzare nella speranza. Altri, dallo Zimbabwe, al Tibet, in Myanmar e in altri numerosi paesi, decidono di non abbandonare la speranza. La loro testimonianza mi tocca molto e ci parla nel profondo di una spiritualità della resistenza, una spiritualità fondata su una speranza e una convinzione ferme, secondo le quali ogni individuo è prezioso e conta molto per il Dio dell’amore. È questa stessa speranza che ha ispirato il vescovo metodista Federico Pagura in Argentina. In piena dittatura militare, egli si è aggrappato alla speranza e alla sua fede nella dignità umana e in un Dio che ci ama e che, con grande compassione, si prende cura di ognuno/a di noi. È in questa esperienza e in questa fede che il suo magnifico inno Tenemos esperanza è radicato. Anche senza parlare lo spagnolo, queste parole e questa musica fanno molto più che bisbigliare ciò che una spiritualità cristiana della resistenza dovrebbe essere. Con il suo ritmo di tango pieno di energia, di velocità ma anche magnificamente controllato dalla disciplina della danza, questo inno ci offre un “pas de deux” del popolo. È un passo a due radicato nelle lotti attuali e future dei popoli là dove sono, là dove noi siamo.

La dittatura che hanno conosciuto certi paesi dell’America Latina è stata superata: ce ne è voluto del tempo, è stata dura e alcune famiglie portano ancora oggi il lutto dei desaparecidos di questa epoca. In Europa, la storia del fascismo o del comunismo, che sono stati superati, ci parla anche della resistenza e della speranza. La nostra vita di tutti i giorni ci parla anche molto spesso della necessità di praticare una spiritualità della resistenza ancorata alla speranza. In un disegno dell’artista britannico André Jordan si può vedere quanto la speranza è fragile: la parola “hope” è scritta su un pallone e si vede solo una mano che prende il filo del pallone-speranza con la legenda – “non lasciate andare”. Se si lascia andare, la speranza jordan23volerà via e sarà un ricordo lontano tra le nuvole. L’immagine mostra bene come ci si deve attaccare alla speranza durante la nostra vita quotidiana. L’artista riconosce ciò ad un livello molto personale. Egli disegna in parte per provare di superare una depressione acuta e cronica.

Nelle nostre differenti culture, nella nostra vita, non bisogna lasciare la presa con la speranza, affinché essa si possa radicare. È così che una spiritualità della resistenza comincerà a prendere forma nelle nostre vite, nelle nostre Chiese, nel nostro mondo. Entriamo allora nel passo a due, nel tango, nella danza popolare della speranza.

Danziamo la speranza

Manteniamo la speranza

Pratichiamo la speranza

Tenemos Esperanza!

Jane Stranz, pastora riformata, è responsabile del Servizio linguistico del Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) a Ginevra. L’articolo è tratto dal trimestrale “Monitor” della Conferenza delle chiese europee (KEK, Ginevra), n. 63, settembre 2008.

Traduzione di Valentino Coletta.

kk

Archivio predicazioni, studi e riflessioni bibliche

Marco 7, 24-30. Predicazione tenuta da Giorgio Rainelli a La Spezia – Carrara 23, 24settembre 2006 (file pdf)